Reti energetiche

Stampa questo post lunedì 08 febbraio 2010 11:21 - di Piero Pelizzaro - Categorie: Vetrina

Facciamo un passo indietro alle scorse Giugno, prima del G20 di Pittsburgh e il COP-15 di Copenaghen. Eravamo tutti fiduciosi che durante i due vertici si sarebbe vista la presa di coscienza dei paesi Occidentali e BRICS, liberando i finanziamenti necessari per rilanciare l’economia e limitare i mutamenti climatici.La scarsa incisità di Barack Obama durante i negoziati, a causa della debolezza della New Green Economy americana, ha comportato la mancata assunzione di responsabilità e rallentato la rivoluzione energetico-climatica.

I ritardi del Congresso americano nell’approvare lo US – Climate Change Bill, alle prese con una forte resistenze dei gruppi d’interesse di petrolieri e aziende energivore, contrarie ad assumersi la responsabilità economica e sociale delle emissioni;  la non-volontà delle Banche americane di sostenere le industrie ma gli stipendi dei super-manager e azionisti, restituendoo lauti dividendi; il debole sviluppo della filiera produttiva americana delle rinnovabili.

Questi elementi hanno impedito al presidente Obama di bilanciare il potere di una Cina in crescita nella produzione di energia pulita e che quest’anno supererà gli Stati Uniti nel valore della produzione industriale legata alle rinnovabili. L’esperienza per ora sfortunata del presidente Obama, ci dimostra però un aspetto importante della Green Economy, il necessario e fondamentale sviluppo della filiera produttiva delle risorse rinnovabili. Se gli stimoli dello Stato, non corrispondono ad una crescita produttiva e al rilancio dell’economia reale,  ma rappresentano solo una misura di compensazione per le emissioni inquinanti, la rivoluzione energetico-climatica, non potrà mai essere da leva per la ripresa.

Se consideriamo ora il cambiamento climatico come il più vasto e profondo fallimento del (libero) mercato di tutta la storia umana[1], citando Sir Nicholas Stern, è il clima stesso che pone davanti a noi la possibilità di adattarci al cambiamento. Ci chiede di mettere in atto misure preventive volte a contenerne gli effetti, oramai evidenti con l’aumento dell’intensità delle perturbazioni e la variazione della temperatura media stagionale.

La capacità di saper sfruttare “le possibilità” che il clima impazzito ci offre, è la soluzione migliore per invertire il precedente sistema fallimentare del (libero) mercato. L’approvvigionamento di energia, l’isolamento termico delle case, le diverse colture agricole, i nuovi prodotti bio-chimici e il riutilizzo delle risorse, richiedono il coinvolgimento di interi distretti industriali sull’orlo del collasso, che una volta erano funzionali alle produzioni di beni altamente inquinanti. Oggi abbiamo la possibilità di  passare ad una produzione di prodotti ad elevata tecnologia e rispettosi del pianeta, utilizzando la stessa rete pre-crisi ed integrando le innovazioni professionali che le nuove generazioni portano in dote nel settore energetico-ambientale. Questo garantirà nuovi lavori a centinaia di migliaia di lavoratori che rischiano licenziamento o che attualmente  sono in CIG.

La rete deve operare singericamente nella triple helix istituzione, privato, ricerca, ma deve essere spinta dal coinvolgimento delle comunità locali di cittadini; le comunità devono avere la possibilità di svolgere un ruolo fondamentale nell’indirizzare la domanda verso un consumo più sostenibile e meno impattante per l’ambiente. Quando il mercato fallisce c’è bisogno che i cittadini e i lavoratori sappiano rivendicare nuove possibilità che differiscano dai modelli iperproduttivi e energivori del passato.

Dobbiamo dunque disporre le capacità necessarie ad attivare reti di cittadini che sappiano sfruttare nella rivoluzione energetico-climatica, la possibilità di riqualificare le loro capacità verso nuove occupazioni e nuove forme di partecipazione attiva, dove è il cittadino a determinare il processo attraverso scelte consapevoli.

di Piero Pelizzaro

[1] Sir Nicholas Stern, Stern review on the economics of climate change.




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