3 commenti Si cominciava a lavorare con le prime luci dell’alba e si finiva col buio…». Le paghe venivano date «da chi ci chiamava, non dagli italiani». A volte però «ci contavano meno cassette di quelle raccolte per pagarci meno». E se qualcuno si faceva male, magari cascando da un albero, «il rischio era di non lavorare più». »continua«
3 commenti Primo marzo. Sciopero dei migranti. Sciopero transnazionale, all’insegna del giallo e di quel fulminante slogan adottato dai francesi: ventiquattro ore senza di noi. Provate, proviamo solo a pensarci – con gli occhi alla realtà – e ci renderemo conto di quanto le vite, nell’era del lavoro globale, proprio le vite, oltre che i meccanismi che tengono insieme la società, l’economia, il mondo, siano davvero dipendenti le une dalle altre. Basta saper vederle, voler vederle, le vite: le nostre e quelle degli altri. Dei migranti. E come sempre è il lavoro delle donne – le migranti che si occupano di noi – che plasticamente mette in scena il significato più radicale di quello slogan: le fatiche e poi le contraddizioni e i dilemmi, le dipendenze e gli intrecci delle vite. Appunto: tutto ciò che stereotipi, paure, assuefazione allo spirito del tempo nascondono.
Primo marzo, dunque, nell’Italia del dopo Rosarno. Sciopero in forma di mobilitazione di chi secondo norma lavora nel nostro Paese, contribuendo al benessere di tutti ma deve vivere poi negli anfratti di un’avara e occhiuta concessione nostrana del permesso di soggiorno. Quando c’è, quel permesso, mentre nei Palazzi si blatera vanamente di scampoli di cittadinanza da concedere. Sciopero in forma di mobilitazione. Di chi lavora in nero, senza regole e senza diritti, subendo vessazioni di ogni tipo, spesso a rischio della vita; e di chi, ancora, si arrabatta giorno dopo giorno per sopravvivere, là sul crinale della vita. Preso di mira continuamente e apertamente, quando si è sul quel crinale, dalle pulsioni xenofobe e razziste che avvelenano ormai il Bel Paese. Ma tutti loro sono presi di mira. Nelle mille forme indecenti dell’ostilità, del rifiuto, dell’estraneità verso l’altro, che il razzismo suggerisce e alimenta.
Per questo Rosarno non può essere dimenticata, anche se tutto viene così rapidamente dimenticato, in questo tempo ossessionato dal presente mediatico. Loro, i migranti, però non dimenticano.Per fortuna: loro ma anche nostra, perché vivere in una Paese che perde per strada i suoi connotati di civiltà non fa bene alla democrazia. Non fa bene certo a noi che ci diciamo di sinistra ma a nessuno, al di là della politica, fa bene. Anche se la politica deve misurarsi e quella di sinistra in prima fila, con le radicali trasformazioni del mondo, di cui migranti e migrazioni fanno integralmente parte. Altrimenti che politica è e, soprattutto, che sinistra è viene da chiedere.
E anche noi dobbiamo chiedercelo, oltre che chiederlo. Sapendo che il primo marzo nasce in buona misura da loro ed è questa la sua forza. Perché è dalla loro capacità di diventare soggetto del proprio destino e dalla nostra capacità di misurarci in radice con l’altro da noi che può nascere un nuovo noi all’altezza dei mutamenti del mondo. A questo dobbiamo lavorare, per quello che possiamo e ci compete. A questa nuova misura del mondo globale, della convivenza di mondi diversi e della interdipendenza delle vite. L’impegno per la cittadinanza ai migranti è davvero quello fondamentale, oggi, accanto al rilancio delle forme di solidarietà fondamentali per contrastare la deriva xenofoba del Paese. Pacchetto “sicurezza”, per intenderci Il primo marzo è, per tutti questi aspetti, un passo importante. Può essere un passo importante.
Se lo sciopero, come astensione dal lavoro, ha abbandonato subito il suo significato concreto, perché nessuna organizzazione sindacale si è sentita in grado di assicurare alcunché, il tam tam tuttavia è stato lanciato, il messaggio è partito, lo spazio pubblico si è costituito per un dibattito e un confronto che già guarda al futuro. E non solo lo spazio pubblico, virtuale sì ma assai potente di Internet, dove il gruppo di promotori migranti e nativi del primo marzo già ragiona su una giornata da preparare per ottobre. Lo spazio delle mille e mille realtà che in Italia e in Europa non hanno nessuna intenzione di arrendersi. Sciopero dei migranti. Una salutare provocazione.
“Il problema dei migranti, ha detto in questi giorni monsignor De Masi, vicario generale della Diocesi di Oppido-Palmi, è molto vasto perché in Italia è stato letto e vissuto da molta parte delle istituzioni solo come un problema di ordine pubblico”. Parole sante. Noi saremo con loro, il primo marzo per contribuire, per quel che possiamo già oggi, al nuovo noi del mondo.
Elettra Deiana
4 commenti Ercole Giap Parini, sociologo, è ricercatore nella Facoltà di Scienze Politiche dell’Università della Calabria e membro dello Standing Group on Organized Crime dell’European Consortium for Political Research (ECPR), che si occupa della diffusione internazionale del crimine organizzato, con particolare attenzione agli effetti che provoca sui diversi contesti sociopolitici e istituzionali.
6 commenti Abbiamo intervistato Luigi Nieri, assessore al Bilancio della Regione Lazio per Sinistra Ecologia Libertà, indagato per aver partecipato ad una manifesta a Roma in solidarietà dei migranti di Rosarno, contro il razzismo e la mafia. »continua«
Un commento Una grande iniziativa contro le mafie e lo sfruttamento ha prodotto sabato scorso una mobilitazione molto significativa a Reggio Calabria. Sel si è fatta promotrice di un grande confronto tra diverse esperienze in vista del no mafia day che in aprile coinvolgerà la capitale calabrese. »continua«
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