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	<title>Sinistra Ecologia Libertà - il sito ufficiale - Nichi Vendola portavoce nazionale &#187; Vetrina</title>
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	<description>Il sito ufficiale di Sinistra Ecologia Libertà  - www.sinistraeliberta.eu - Nichi Vendola portavoce nazionale</description>
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		<title>ONU: &#8220;L&#8217;accesso all&#8217;acqua è diritto umano&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Jul 2010 12:49:21 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Anche l’assemblea generale dell’Onu finalmente è arrivata a dichiarare l’acqua diritto umano. Da 15 anni si provava a porre la risoluzione ai voti ma non c’era il clima politico necessario al consenso. La Bolivia ci ha provato in questa sessione e la risoluzione è passata senza alcun voto contrario. Solo  Stati uniti , Regno Unito,  [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Anche l’assemblea generale dell’Onu finalmente è arrivata a dichiarare l’acqua diritto umano. Da 15 anni si provava a porre la risoluzione ai voti ma non c’era il clima politico necessario al consenso. La Bolivia ci ha provato in questa sessione e la risoluzione è passata senza alcun voto contrario. Solo  Stati uniti , Regno Unito,  Australia e Canada si sono astenuti. Non a caso  è stata premiata la tenacia della Bolivia che, con gli altri Paesi della rinascenza latinoamericana ha fatto dell’acqua un punto di fondo di innovazione delle stesse costituzioni.<span id="more-11745"></span></p>
<p>E’ una grande vittoria che il movimento mondiale per l’acqua può rivendicare totalmente. E che dà ulteriore forza a tutti coloro che si battono in ogni parte del pianeta per garantire l’acqua per tutti e in ogni Paese.  Durante la mia esperienza  di governo alla cooperazione internazionale ho operato con grande covinzione perché ciò accadesse ma non riuscimmo nell’intento,benchè, vale la pena ricordarlo, si intrecciarono molte relazione feconde con i governi dell’America latina, con la Spagna, la Germania, con alcuni Stati africani e altri per portare in sede Onu la proposta. Finalmente  le lotte a difesa dell’acqua per sottrarla al mercato e alla sue logiche e il lavoro diplomatico hanno condotto al grande e storico risultato.</p>
<p>Finalmente nessuno potrà parlare a sproposito dell’acqua come se fosse una merce. Anche se la risoluzione approvata non è vincolante, il passo in avanti è grandissimo. Basti pensare a come le multinazionali abbiano fin qui impedito che ciò avvenisse costringendo i consessi mondiali, da ultimo il forum mondiale dell’acqua di Instambul, alla dizione “ bisogno “ per sfuggire a quella di diritto; e argomentando che se c’è il diritto poi bisogna garantire l’acqua a tutti e questo limita il mercato. E a questa mancata definizione di diritto era seguita tutta la costruzione del famigerato partenariato pubblico privato, in realtà la via spianata alle privatizzazioni. Ora si cambia pagina, anche se la lotta deve continuare perchè le difficoltà restano grandi.</p>
<p>L’acqua fa parte del ciclo naturale della vita, è elemento riproducibile ma a rischio per l’uso improprio e distorto del modello agroalimentare e industriale ancora dominante.</p>
<p>La campagna italiana per la raccolta delle firme per il referendum per l’acqua pubblica trova in questa risoluzione un sostegno solenne alle sua ragioni , disponendoci al meglio per continuare l’impegno referendario. Tutto ci dice che si può vincere, anche contro la volontà privatrizzatrice di Tremonti e company.</p>
<p>Ma la risoluzione dell’Onu indica ai tanti paesi dell’Africa o dell’Asia che ancora sono colpiti da morte per mancanza di acqua pulita e potabile o da pandemie per mancanza di servizi igienici che la strada da intraprendere per sconfiggere malattie e morti ora è segnata da una nuova responsabilità internazionale. E del resto la storia europea ci dice che è stato il pubblico a garantire l’accesso all’acqua ai propri cittadini. L’acqua, come gridato, scritto , cantato in tutti i social forum mondiali è un diritto umano e non si può calpestare.</p>
<p>Patrizia Sentinelli</p>
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		<title>Lo spin-off della Fiat</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Jul 2010 11:16:56 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Altro che Fabbrica Italia! La Fiat è, e vuole esserlo sempre di più, una fabbrica-mondo. Di per sé non è una novità. E’ almeno dalla metà degli anni Ottanta che la fabbricazione delle auto Fiat avviene grazie ad una sorta di global assembly line, di linea di montaggio globale. E da più tempo ancora la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Altro che Fabbrica Italia! La Fiat è, e vuole esserlo sempre di più, una fabbrica-mondo. Di per sé non è una novità. E’ almeno dalla metà degli anni Ottanta che la fabbricazione delle auto Fiat avviene grazie ad una sorta di <em>global assembly line</em>, di linea di montaggio globale. E da più tempo ancora la Fiat aveva lasciato il suo piccolo mondo antico, rappresentato dalla provincia di Torino, per espandersi prima a livello nazionale  e poi a quello europeo. Solo Chiamparino sembra ormai credere alla favola del Progetto Fabbrica Italia (scritto proprio con le iniziali maiuscole!) e conseguentemente sgrida i sindacati per avere dato poca fiducia all’ambizioso progetto.<span id="more-11717"></span></p>
<p>Eppure una novità c’è rispetto alle precedenti fasi di globalizzazione della impresa automobilistica italiana. Ed è una novità rilevante. La storica decisione di separare il ramo auto da quello delle altre produzioni è avvenuto nel corso di una riunione del Consiglio di Amministrazione della Fiat, presieduto dal giovane Elkann e tenutosi ad Auburn Hills nella sede della Chrysler resuscitata dai consistenti stimoli economici concessi dal governo americano. Si è trattato di un atto fortemente simbolico e preparato come tale. Il messaggio è chiaro e, allo stesso tempo, complesso e articolato.</p>
<p>L’indicazione più immediata ed evidente che ci viene trasmessa è che la multinazionale Fiat non ha più la testa in Italia ma negli States. Non bastava a significarlo avere a capo un manager svizzero-canadese che passa ormai la maggiore parte del suo tempo negli uffici di Detroit che non in quel di Torino. Ci voleva qualcosa di più esplicito e c’è stato. Non si può fare finta di non avere capito (ogni riferimento alla dichiarazione di Pierluigi Bersani dopo l’annuncio dello spostamento in Serbia della produzione della monovolume , è voluto).</p>
<p>Per quanto sempre di globalizzazione si tratti, un conto è guardare il mondo dall’Italia, un altro è farlo dall’America. La prima conseguenza è già evidente. La Fiat auto si tira fuori dal Progetto Fabbrica Italia, malgrado la permanenza della lettera “T”, che sta per Torino, nell’acronimo che compone il suo marchio. Il fatto che ne attribuisca la colpa alla pretesa inaffidabilità dei sindacati italiani è solo un penoso dettaglio in più. La sostanza è che l’Italia diventa semplicemente un punto della sconfinata articolazione produttiva mondiale della Fiat; che, dal suo punto di vista, è peraltro più svantaggiato che privilegiato. Naturalmente non bisogna confondere il luogo delle decisioni strategiche (sarei tentato di dire politiche) con quello dove ancora si concentra il know how dell’azienda. Quest’ultimo è ancora situato a Torino e nei suoi dintorni, ma è deprivato di potere decisionale. Così come la politica si è separata dalla cultura, con disastri su entrambi i lati, allo stesso modo il centro decisionale dei comportamenti globali dell’impresa prende le distanze dai luoghi ove si sono stratificati  la capacità progettuale e il saper fare, tanto degli operai come degli ingegneri o dei quadri tecnici.</p>
<p>Un altro elemento che balza agli occhi è in fondo la coerenza a senso unico di Marchionne. Aveva detto che avrebbe riportato la Fiat al suo compito originario di fare auto, e lo sta facendo. Aveva chiarito che nel futuro della produzione mondiale dell’auto non c’è posto che per cinque o sei gruppi molto agguerriti, e infatti sta muovendosi con determinazione lungo questa direttrice. La fusione di Fiat con Chrysler viene data dagli analisti del settore e dalla buona reazione dei mercati come epilogo inevitabile e desiderato.  Aveva previsto che la sopravvivenza della Fiat era quindi legata non solo a un aumento della produzione di autoveicoli in Italia, ma ad una crescita di dimensioni societarie e produttive nel contesto globale, e così sta muovendo le sue pedine, per così dire, al fine di occupare il centro della scacchiera. Aveva confessato da subito che in questo processo di ristrutturazione mondiale del comparto automobilistico non tutta l’occupazione si sarebbe salvata, non tutti gli stabilimenti sarebbero sopravvissuti, e così sta avvenendo. Su una cosa Marchionne ha quindi ragione: quando  dichiara di stupirsi del fatto che ci si stupisca delle sue decisioni.</p>
<p>Al di là dei reciproci stupori su una cosa Marchionne bara o quantomeno entra in contraddizione con sé stesso. Lo ha subito rilevato Luciano Gallino. Se il costo del lavoro, come a suo tempo dichiarò Marchionne, ottenendo per questo consensi anche a sinistra, incide sul costo finale del prodotto automobilistico per non più  del 7-8% risulta chiaro anche a un bambino delle elementari che ridurlo della metà o persino di due terzi non  fa guadagnare granchè alla competitività di prezzo dell’automobile Fiat. La sfida evidentemente è altrove e risiede almeno in due fattori di grande rilevanza nel processo di ristrutturazione del comparto mondiale dell’automobile. Uno è rappresentato dal comportamento dei governi e delle istituzioni internazionali. L’altro riguarda i sindacati, ossia, guarda caso, l’atteggiamento del Lavoro di fronte alle scelte del Capitale.</p>
<p>C’è un elemento che accomuna due situazioni pur diversissime tra loro come la Chrysler di Detroit e la Zastava di Kragujevac. In entrambi i casi i rispettivi governi, quello statunitense e quello serbo, sono giunti, o giungeranno, in soccorso degli insediamenti industriali con consistenti finanziamenti volti a rilanciarne ruolo e capacità produttiva. In entrambi i casi Marchionne ne ha approfittato, dopo avere dichiarato di non essere interessato ai soliti contributi alla rottamazione di italica matrice. In sostanza il manager svizzero-canadese rilancia la Chrysler e con essa la Fiat auto con i finanziamenti del governo americano ed è così abile da fare apparire l’intera operazione come ascrivibile  a suo esclusivo merito. Sull’altro versante si appresta a spostare importanti produzioni nello stabilimento che fu bombardato dagli aerei della Nato, partiti dalle basi italiane, contando non solo sui bassi salari degli operai serbi, la cui paga base mensile sarà di 400 euro, ma soprattutto sul fatto che su un investimento di un miliardo di euro, ben 650 milioni saranno a carico della Banca europea degli investimenti (Bei) e del governo serbo, cui vanno aggiunti un’esenzione fiscale per dieci anni e contributi di 10 mila euro per ogni nuovo assunto. Insomma una prato verde, con guida rossa e stelline nel cielo azzurro per la   Fiat. In sostanza la globalizzazione conferma sé stessa: nella crisi degli stati – nazione questi ultimi mutano di ruolo e contano in quanto allocatori degli investimenti finanziari e quando capita industriali e competono tra loro in questa nuova veste.</p>
<p>Se dunque non è il costo del lavoro a spingere Marchionne ad una simile scelta, perché accanirsi tanto contro il sindacato? L’uso del termine al singolare non è casuale, visto che Cisl e Uil si sono ridotte a parte del governo allargato dell’impresa. Naturalmente vi è un modo di ridurre il costo del lavoro complessivo senza toccare gli aspetti retributivi strettamente intesi. E’ ovviamente quello di aumentare la produttività, in modo da ridurre l’incidenza del costo del lavoro sul singolo pezzo. A questo serve il nuovo modo di organizzare la prestazione lavorativa che è stato imposto a Pomigliano, il famoso Wcm (world class manufacturing) in base al quale la giornata dell’operaio che si divide in 25.200 secondi, lo vede impegnato in 350 operazioni di 72 secondi l’una senza tirare fiato.</p>
<p>Ma questo non basta. Cisl e Uil (lo ha ben rilevato il Massimo Giannini su Repubblica) hanno dato il loro entusiastico assenso nella speranza che il caso di Pomigliano non fosse riproducibile. Infatti, ma la ragione è opposta, poiché neppure quel modello è in grado di trattenere le produzioni in Italia. Il nocciolo dell’accordo-ricatto  di Pomigliano è infatti un altro. E’ la rinuncia preventiva al conflitto sul luogo di lavoro. A livello generale quell’obiettivo è perseguito con la manomissione dell’articolo 18, a livello di fabbrica con l’obbligo in caso di sciopero di reintegrare la produzione perduta. Ciò che interessa a Marchionne , e che conta nella sua sfida mondiale, è che il flusso produttivo non venga mai sostanzialmente interrotto. Nell’epoca dell’incertezza e della precarietà del lavoro, si vuole imporre la certezza della continuità della produzione e delle sue quantità. Sembra paradossale, ma questa è l’essenza della risposta da destra che viene data alla crisi economica mondiale nella quale siamo immersi da due anni.</p>
<p>Se tutto questo non si riesce a raggiungere con le minacce e le blandizie, bisogna farlo con un colpo di mano. Anzi con un doppio colpo di mano. A Detroit si decide lo scorporo di Fiat auto da Fiat industriale, con il che la famiglia Agnelli fuoriesce dal settore auto e si prepara la fusione con Chrysler, facendosi beffe del Progetto Fabbrica Italia. Nello stesso luogo si decide di spostare la produzione della monovolume in Serbia e contemporaneamente di rendere sempre più concreta la minaccia di costruire una nuova società entro cui riassumere i lavoratori di Pomigliano alle condizioni di lavoro imposte  da un presunto accordo che malgrado i ricatti non è riuscito a trasformarsi in plebiscito.</p>
<p>Questa è la nuova Fiat, bellezza. Ma la partita non è chiusa. Lo hanno dimostrato i lavoratori di Pomigliano con quel 37% di no. Lo ribadiranno la mobilitazione europea del 29 settembre e quella lanciata dalla Fiom per il 16 ottobre.</p>
<p>Alfonso Gianni</p>
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		<title>Sondaggio Ipr, Nichi batte Bersani alle primarie</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Jul 2010 11:04:41 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Secondo Ipr Marketing, i consensi per il governatore della Puglia  superano quelli per il leader democratico: sia per le primarie, sia per  la sfida con Berlusconi. Ma l&#8217;ex ministro risulta più competente e  affidabile.
ROMA &#8211; Vince Vendola, considerato il più &#8220;moderno&#8221;.  Anche se è &#8220;l&#8217;affidabile&#8221; Bersani a riscuotere la percentuale di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>Secondo Ipr Marketing, i consensi per il governatore della Puglia  superano quelli per il leader democratico: sia per le primarie, sia per  la sfida con Berlusconi. Ma l&#8217;ex ministro risulta più competente e  affidabile.<span id="more-11712"></span></h3>
<p><strong>ROMA</strong> &#8211; Vince Vendola, considerato il più &#8220;moderno&#8221;.  Anche se è &#8220;l&#8217;affidabile&#8221; Bersani a riscuotere la percentuale di fiducia  più alta. E&#8217; una lettura che colpisce quella del sondaggio di Ipr  Marketing per <em>Repubblica.it.</em> Una rilevazione tutta interna agli  elettori del centrosinistra. Per saggiarne gli umori dopo la prepotente  irruzione sulle scena di <a href="http://www.repubblica.it/economia/2010/07/25/news/vendola_posso_essere_l_obama_bianco_ho_gi_spiazzato_i_cecchini_dei_dossier-5812129/index.html?ref=search">Nichi  Vendola. <sup>1</sup></a> Un attivismo segnato da un fuoco di  sbarramento dei vertici del Pd, ma, al contempo, da un indubbio potere  di suggestione sul popolo della sinistra. Quell&#8217;autocandidatura per le  primarie, gettata sul campo dal governatore pugliese, leader di Sinistra  e Libertà, ha fatto rumore. &#8220;<a href="http://www.repubblica.it/politica/2010/07/22/news/vendola_pd-5762358/index.html?ref=search">E&#8217;  fuori contesto <sup>2</sup></a>&#8221; ha reagito Bersani.  Secondo il  sondaggio, però, Vendola troverebbe risposte positive se si dovesse  candidare alle primarie. Al punto che la maggioranza degli intervistati  lo accredita come vincente anche in una sfida contro Berlusconi. Tutto  questo nonostante, nel dettaglio, Bersani venga percepito come più  affidabile, determinato, preparato e abile nella mediazione. Qualità  preziose ma che davanti alla &#8220;modernità&#8221; dei gesti e della parole di  Vendola, mostrano la corda. Ed è proprio la leva dell&#8217;emotività che  potrebbe <script src="http://www.repubblica.it/javascript/adtags/jx_speciale.js" type="text/javascript"></script><script src="http://oas.repubblica.it/RealMedia/ads/adstream_jx.ads/repubblica.it/nz/politica/interna/1088273017@Middle"></script> spiegare, più di ogni altra cosa, il successo di Vendola nel  sondaggio.<br />
<strong><br />
<a href="http://www.repubblica.it/statickpm3/rep-locali/repubblica/speciale/2010/sondaggi_ipr/corsa_premiership_centrosinistra.html">LE  TABELLE DEL SONDAGGIO  <sup>3</sup></a></p>
<p>I profili. </strong>Affidabilità  contro innovazione. Preparazione contro autorevolezza. Da una parte  Bersani &#8220;il competente&#8221;, dall&#8217;altra Vendola &#8220;che sa comunicare&#8221;.  Scorrendo i dati è chiara e distanta la percezione che gli elettori del  centrosinistra ha dei due leader. Di Bersani spiccano quelle  caratteristiche che lo accompagnano da sempre: l&#8217;aura di conoscenza  delle cose di cui parla, una buona dose di moderazione e affidabilità,  la capacità di mediare. Sull&#8217;altro fronte, Vendola spicca perché sa  parlare e agire in modo &#8220;innovativo&#8221;. Una cifra necessaria per fare  politica negli anni Duemila. L&#8217;idea delle Fabbriche, e quell&#8217;uso  continua di un linguaggio evocativo, distante annui luce dal pragmatico  idioma bersaniano.</p>
<p><strong>La fiducia.</strong> Tirando le somme  gli elettori del centrosinistra dimostrano di avere più fiducia in  Bersani. Il 77% degli intervistati punta sul segretario del Pd, mentre  il 63% si schiera con il governatore pugliese. Nel dettaglio si vede che  Bersani pesca molti consensi tra gli elettori del Pd (86%), non molti  tra i sostenitori dell&#8217;Idv (58%), mentre fa breccia tra coloro che si  dicono indecisi (80%) o elettori di altri partiti del centrosinistra  (72%). Dato, quest&#8217;ultimo, da non sottovalutare a testimonianza di una  capacità attrattiva legata al segretario democratico. Per contro Vendola  fa il pieno tra gli elettori dell&#8217;Idv (76%), cattura il 67% di chi vota  Pd, ma mostra la corda nella cosidetta area esterna ai due maggiori  partiti d&#8217;opposizione (solo il 52% degli indecisi dice di aver fiducia  in Vendola).</p>
<p><strong>Per chi votare alle primarie e alle  elezioni? </strong>La risposta è Vendola. Ribaltando l&#8217;esito della  domanda sulla fiducia, gli elettori di centrosinistra puntano sia sulle  primarie che nella sfida con Berlusconi sul governatore. Che supera  Bersani di due lunghezze (51% a 49%) in caso di primarie e molto più  nettamente quando si parla di possibilità di battere in Cavaliere (49% a  31%). Nel dettaglio emergono dati significativi. Anzitutto, se si  focalizza l&#8217;attenzione sugli elettori Pd, si vede che sono spaccati a  metà. Il 52% punta su Vendola alle primarie, il 52% lo vede vincente con  Berlusconi (Bersani, invece, raccogliere solo un misero 29% tra gli  elettori del suo partito). Il leader di Sel scalda i cuori degli  elettori degli altri partiti della sinistra (64% alle primarie, 63%  contro Berlusconi). Anche in questo caso, però, Bersani convince di più  gli indecisi (50% sono con lui). Strano destino per un segretario che  sembra piacere di più all&#8217;esterno che all&#8217;interno del suo partito.</p>
<p>Matteo Tonelli</p>
<p>fonte: Repubblica.it</p>
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		<title>Mobilitazione antimafia di SEL: un successo e un impegno per i giorni a venire</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Jul 2010 11:55:47 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Si è conclusa venerdì scorso, in una bella serata nel centro di Milano, la settimana di mobilitazione straordinaria organizzata da Sinistra Ecologia e Libertà per ricordare le vittime delle stragi di mafia del ’92 – ’93 e chiedere la piena verità su quegli eventi ancora troppo coperti da depistaggi e omertà istituzionali.
Alle iniziative che si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si è conclusa venerdì scorso, in una bella serata nel centro di Milano, la settimana di mobilitazione straordinaria organizzata da Sinistra Ecologia e Libertà per ricordare le vittime delle stragi di mafia del ’92 – ’93 e chiedere la piena verità su quegli eventi ancora troppo coperti da depistaggi e omertà istituzionali.<span id="more-11661"></span></p>
<p>Alle iniziative che si sono svolte in molte città, a cominciare da quelle colpite dai terribili attentati di allora (Palermo, Roma, Firenze, Milano), hanno partecipato moltissime persone e soprattutto tanti giovani.</p>
<p>Questo è il primo messaggio che bisogna raccogliere : la lotta contro le mafie non è un rituale inerziale di stagioni passate ma è per tante ragazze e tanti ragazzi, magari appena nati all’inizio degli anni novanta, parte essenziale dell’ impegno a trasformare questa società troppo carica di ingiustizie e di privilegi.</p>
<p>Abbiamo poi constatato che, per tante persone impegnate nelle associazioni antimafia, Sinistra Ecologia e Libertà può essere più di altri un punto di riferimento affidabile non solo per la credibilità di suoi esponenti da sempre impegnati contro le cosche  (da Nichi Vendola a Claudio Fava, a Francesco Forgione ), ma perché propone un discorso che non si ferma al doveroso ed essenziale sostegno a magistrati e forze dell’ordine impegnati contro la criminalità organizzata, ma lega questa battaglia a quella più generale per i diritti e per il cambiamento sociale.</p>
<p>Nei giorni in cui torna alla ribalta della cronaca italiana il verminaio di logge, cricche e poteri occulti che costituisce parte essenziale del sistema di potere italiano ( altro che quattro sfigati ! ), chiedere, pretendere la verità sulle stragi di mafia significa battersi contro qualunque ostacolo venga gettato tra i piedi di chi sta indagando. Significa pretendere il rispetto pieno del lavoro dei magistrati. E non c’è dubbio che la decisione governativa di negare il programma di protezione al collaboratore Spatuzza è un atto concreto contro la ricerca della verità, un atto di intimidazione minaccioso rivolto non solo a lui ma a quanti potrebbero fare rivelazioni importanti sulle coperture e le trattative imbastite allora con il tritolo.</p>
<p>Noi chiediamo che la magistratura, libera da depistaggi, possa giungere nel tempo più breve possibile alla verità giudiziaria su quegli eventi. Non pretendiamo <em>una </em>particolare verità , magari per convenienza politica, ma, ancora una volta, che la magistratura dimostri la sua autonomia e indipendenza “da ogni altri potere”, per usare le parole della nostra Costituzione.</p>
<p>Ma si è affermata in ogni caso una verità storica e politica incontrovertibile : il sistema mafioso è stato  parte essenziale del modo in cui si è governato questo paese. Ed è ancora così. Per questo i suoi santuari godono ancora di tante protezioni. L’abbiamo detto tante volte : senza gli intrecci con la politica e con l’economia le mafie non sarebbero altro che organizzazioni di gangsters.</p>
<p>Negli ultimi anni l’azione dei magistrati e delle forze dell’ordine ha assicurato alla giustizia decine di appartenenti alle organizzazioni mafiose e una quantità notevole dei loro patrimoni. Il Ministro Maroni se ne vanta come se i latitanti li avesse arrestati il Governo, invece che quelle stesse Procure contro le quali si scaglia da sempre il Presidente del Consiglio. Ma il titolare del Ministero dell’Interno non può non chiedersi come mai nonostante tanti successi nell’attività repressiva le organizzazioni criminali non mostrano segni di collasso. La risposta è una sola : la repressione è essenziale ma non basta. Serve la riscossa sociale di un pese al quale sono state raccontate troppe balle e che è stato travolto da disvalori.</p>
<p>E’ stato detto che una persona vale qualcosa solo se è ricca ; che lo Stato è sinonimo di parassitismo mentre tutto ciò che è privato è bello ed efficiente ;  che il vero pericolo per la sicurezza sono gli immigrati e non la criminalità economica ; che con il potere puoi comprare ogni cosa, anche la testa e il corpo degli altri ; che un condannato per mafia, se mantiene l’omertà diventa “un eroe” e che evadere le tasse è una scelta virtuosa perché l’economia illegale comunque incoraggia la crescita del PIL. In questa fiera di disvalori hanno prosperato le organizzazioni mafiose.</p>
<p>Con questa musica, suonata ogni giorno a pieno volume da qualche decennio, chi ha scelto di resistere su un’altra frontiera si è sentito spesso solo e fuori posto perché ha visto l’Italia andare da un&#8217;altra parte e perché veniva bollato come un residuo nostalgico  del passato che non capiva la “modernità”.  Purtroppo le notizie di questi giorni ci dicono che la tanto declamata modernità italiana porta anche i nomi di Nicola Cosentino, di Denis Verdini, di Flavio Carboni e di Marcello Dell’Utri.</p>
<p>L’impegno di SEL contro le mafie e i poteri criminali dell’economia e della politica, continuerà e servirà anche a far sentire meno sole tutte le persone che credono nella giustizia sociale, nella nonviolenza, nella libertà,e per questo continuano a battersi per un mondo migliore.</p>
<p>Carlo Leoni</p>
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		<title>Nichi: &#8220;Posso essere l&#8217;Obama bianco&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Jul 2010 18:57:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il Governatore pugliese e leader della SEL: spariglierò il centrosinistra. &#8220;D&#8217;Alema dice che ci sono politici- poeti migliori di me? Una cosa è sicura: i prosatori del Pd dovranno pur fare un rendiconto, visto che il loro genere letterario ha portato solo sconfitte.

 
 
ROMA &#8211; Se lo paragonano a Barack Obama, se lo chiamano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il Governatore pugliese e leader della SEL: spariglierò il centrosinistra. &#8220;D&#8217;Alema dice che ci sono politici- poeti migliori di me? Una cosa è sicura: i prosatori del Pd dovranno pur fare un rendiconto, visto che il loro genere letterario ha portato solo sconfitte<strong>.</strong></em><strong><br />
</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>ROMA</strong> &#8211; Se lo paragonano a Barack Obama, se lo chiamano l&#8217;Obama bianco, non si schermisce: &#8220;È una definizione sconfinatamente lusinghiera. Il presidente americano ha rappresentato la corsa di un outsider. Ha sparigliato nelle primarie, come vorrei fare anch&#8217;io, i giochi di palazzo del grande partito democratico. Ha usato un suo svantaggio apparentemente incolmabile, il fatto di essere nero, di venire da una certa periferia, capovolgendolo in un elemento di consenso&#8221;. Nichi Vendola prende molto sul serio la sua candidatura a leader del centrosinistra. E non lo fa certo da solo. Per dire: mercoledì sera a Roma c&#8217;erano più di tremila persone sedute sul prato ad ascoltare il suo dibattito alla festa di Sinistra e libertà.</p>
<p><strong>Presidente Vendola, perché ha lanciato la sfida così presto, &#8220;fuori contesto&#8221; dice Bersani? Non è anche un tradimento al mandato pugliese ottenuto appena 4 mesi fa? </strong><strong><br />
</strong>&#8220;Per me era importante rendere esplicita questa opzione che se posso dirlo non è solo una mia libera scelta, ma espressione di una connessione sentimentale con un popolo. Ed è un impegno che esalta il mio lavoro in Puglia. Il contrario di una fuga. Era anche importante farlo perché altrimenti una candidatura che cresceva nelle cose e nelle piazze ma che io non ufficializzavo mi esponeva a essere facile target per i cecchini. Mi sono fatto un po&#8217; le ossa e so che la lotta politica si può fare con i dossier, i gossip, la diffamazione. Una candidatura esplicita ridimensiona questi rischi. Oggi infatti renderebbe evidente il carattere strumentale di certi attacchi, come è successo nelle primarie pugliesi. Allora, il tentativo di coinvolgermi in un&#8217;inchiesta assurda incontrò una reazione straordinaria della gente&#8221;.</p>
<p><strong>Sta dicendo che il centrosinistra potrebbe fare a lei quello che il Pdl ha fatto a Caldoro in Campania? </strong><strong><br />
</strong>&#8220;Io parlo della cattiva politica, che sta dappertutto. A sinistra e a destra&#8221;.</p>
<p><strong>Non la spaventa la definizione di Obama bianco, che alcuni usano con sarcasmo? </strong><strong><br />
</strong>&#8220;Mi lusinga. Quando la politica diventa un incontro forte con la vita e con le sue domande allora si ha davvero la percezione che sia il campo dell&#8217;alternativa. È l&#8217;ingresso del principio speranza di Ernst Bloch, è l&#8217;utopia di Altiero Spinelli capace di immaginare al confino il manifesto del federalismo europeo. È uno sguardo sul futuro. Così è andata in America&#8221;.</p>
<p><strong>Ma questa è l&#8217;Italia. </strong><strong><br />
</strong>&#8220;In Puglia ha funzionato, può funzionare in tutto il Paese. La Puglia è uno dei laboratori della destra, è il luogo del tatarellismo. Qui non ho sconfitto una destra qualunque, ma una politica con una classe dirigente qualificata&#8221;.</p>
<p><strong>Cosa vuole dire quando parla di nuovo &#8220;racconto&#8221;, di una diversa &#8220;narrazione&#8221;? D&#8217;Alema ironizza su queste suggestioni. </strong><strong><br />
</strong>&#8220;Non parlo di letteratura, non penso mica a Cesare Pavese. Vuole un esempio concreto?&#8221;.</p>
<p><strong>Sì. </strong><strong><br />
</strong>&#8220;Quando una parte del Pd ipotizza che per battere Berlusconi si può fare un governo con Tremonti ferisce a morte la possibilità di uno sguardo autonomo, di un pensiero originale. Tremonti ha trasformato l&#8217;Italia in uno stato sudamericano, ne ha fatto uno dei Paesi più squilibrati socialmente e più ingiusti al mondo. Ma il ceto politico vive dentro il Palazzo e cerca le forme dell&#8217;estromissione del sovrano senza rendersi conto che il punto è mutare la cultura del regno&#8221;.</p>
<p><strong>D&#8217;Alema dice che se la politica è poesia, beh ci sono poeti migliori di lei&#8230;</strong><strong><br />
</strong>&#8220;Una cosa è sicura: i prosatori del Pd dovranno pur fare un rendiconto di questi anni visto che il loro genere letterario ha portato solo sconfitte&#8221;.</p>
<p><strong>L&#8217;unico ad aver battuto due volte Berlusconi è stato Prodi. Un personaggio molto diverso da lei, un moderato. </strong><strong><br />
</strong>&#8220;Prodi ha rovesciato alcuni modelli di lotta politica. A me piaceva il tono elevato del suo discorso antipopulista. Mi piaceva la costruzione di una leadership per strada rompendo l&#8217;autoreferenzialità del ceto politico. Per me è un esempio da guardare con molta attenzione. Ma non c&#8217;è un prototipo e l&#8217;idea che si vince solo giocando al centro è davvero fuori tempo e fuori contesto. Appartiene al cinismo che tanto affascina il Palazzo ma ha il difetto di partorire insuccessi a ripetizione. È l&#8217;espressione di una straordinaria inadeguatezza culturale&#8221;.</p>
<p><strong>La Fiat dopo Pomigliano porta la fabbrica in Serbia. La sinistra ha reagito bene? </strong><strong><br />
</strong>&#8220;Marchionne è uno dei protagonisti della cattiva globalizzazione per cui si mettono in competizione 2 miliardi e mezzo di operai dei Paesi emergenti e 1 miliardo e mezzo di operai dei Paesi occidentali. Una competizione la cui logica conseguenza si chiama schiavismo. In forma moderna, ma schiavismo. La destra fa il suo mestiere: difende l&#8217;accordo di Pomigliano, esulta al Senato quando si licenziano i lavoratori di Termoli. Questo è il loro racconto. E quello della sinistra? Il Pd ha prodotto o imbarazzanti e imbarazzati silenzi su Pomigliano o delicati rimbrotti metodologici sul trasferimento in Serbia&#8221;.</p>
<p><strong>Alla prima uscita da candidato ha definito eroe Carlo Giuliani mettendolo sullo stesso piano di Falcone e Borsellino. Un errore grave, no? </strong><strong><br />
</strong>&#8220;Per fortuna esiste Youtube, esiste il sito <a href="http://fabbrica.nichivendola.it/">www.lafabbricadinichi.it. <sup>1</sup></a> Si può vedere e toccare con mano. Non ho mai messo Giuliani sullo stesso piano di Falcone e Borsellino. Ma ricordare cos&#8217;è stato il luglio del 2001, la sospensione della democrazia che ci fu a Genova, mi pare doveroso. Le cricche dello squallore agirono anche alla Diaz e a Bolzaneto e appartengono alla storia verminosa e oscura di un potere violento. Si può dire questo o è vietato?&#8221;.</p>
<p>Goffredo De Marchis</p>
<p>Fonte: Repubblica</p>
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		<title>Post di Nichi: &#8220;Cosa succede alla Fiat&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Jul 2010 11:33:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ma che sta succedendo alla Fiat? Davvero si pensa che rievocare  grottescamente un vallettismo d’antan possa rilanciare l’industria  automobilistica nel nostro Paese? Davvero si pensa che con ‘politiche  coloniali’ -  trasferendo le produzioni in Paesi  con condizioni più favorevoli per l’azienda, ma senza innovare, senza  piani industriali complessivi, ‘dando la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ma che sta succedendo alla Fiat? Davvero si pensa che rievocare  grottescamente un vallettismo d’antan possa rilanciare l’industria  automobilistica nel nostro Paese? Davvero si pensa che con ‘politiche  coloniali’ -  trasferendo le produzioni in Paesi  con condizioni più favorevoli per l’azienda, ma senza innovare, senza  piani industriali complessivi, ‘dando la colpa’ di quello che accade a  sindacati non accomodanti &#8211; si faccia fare un passo in avanti al gruppo  automobilistico torinese?<span id="more-11586"></span></p>
<p>Sono preoccupato per quello che sta accadendo.<br />
Sono preoccupato per le migliaia di famiglie che passerrano un’estate di  inferno anche a Torino.<br />
Sono preoccupato per il rilancio del sistema impresa italiano.<br />
Qualche settimana fa si parlava di Pomigliano come di un caso isolato, e  proprio per la sua specificità si era tentato di convincere i  lavoratori che era necessario sottostare alle condizioni umilianti  decise dall’azienza. I lavoratori giustamente non li hanno creduti. Poi è  venuto il caso di Melfi con le ritorsioni ai delegati sindacali. Ora il  caso di Mirafiori.<br />
Evidentemente non siamo più di fronte ad una casualità, ma a scelte  precise che mettono in discussione la credibilità del piano industriale  della Fiat e del suo management.</p>
<p>E tutto accade questo mentre siamo di fronte alla vera emergenza  nazionale dell’Italia: la perdita ogni giorno di migliaia di posti di  lavoro, il quotidiano passaggio di migliaia di famiglie da una vita  dignitosa alla povertà.<br />
Sono invidioso dei miei colleghi stranieri che di fronte alle crisi dei  gruppi industriali nei propri Paesi vedono il loro governo parte attiva  nel risolvere le vertenze. Questo non accade in Italia. Oltre al degrado  morale che sta accompagnando la fase conclusiva della stagione  berlusconiana, impressiona il disprezzo e il disinteresse con cui da  Palazzo Chigi si seguono le vicende dell’economia italiana: il ministro  fantasma dello sviluppo economico potrebbe oggi avere un ruolo chiave  nell’imporre alla Fiat di aprire un tavolo con le organizzazioni  sindacali dei lavoratori. Ma questo governo da due mesi questo ministro  non lo ha. Il confronto invece tra azienda e parti sociali deve avvenire  con urgenza.</p>
<p>Deve essere chiaro, alla Fiat innanzitutto, che le scelte autoritarie  porteranno esclusivamente al disastro che deve essere assolutamente  evitato. Non si puo’ pensare che, chiuso il secolo del ‘900, invece di  entrare nel terzo millennio, si voglia ritornare al all’800: il  riconoscimento dei diritti dei lavoratori e di una retribuzione  dignitosa sono conquiste che non possono essere cancellate, neanche  attraversando il mare Adriatico…</p>
<p>Nichi</p>
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		<title>Manifestazione FIOM 16/10: appello di Nichi</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Jul 2010 13:57:22 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il centrosinistra e la sinistra hanno subito in questi  anni che la parola lavoro venisse estromessa dal lessico politico. Le   recenti vertenze della Fiat di Pomigliano e di quella di Melfi, insieme  ai mile e mille casi di realta produttive in crisi, con migliaia e  migliaia di lavoratori e lo loro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il centrosinistra e la sinistra hanno subito in questi  anni che la parola lavoro venisse estromessa dal lessico politico. Le   recenti vertenze della Fiat di Pomigliano e di quella di Melfi, insieme  ai mile e mille casi di realta produttive in crisi, con migliaia e  migliaia di lavoratori e lo loro famiglie letteralmente spazzati via, ci  dicono che il lavoro, la sua tutela, i suoi diritti devono ritornare al  centro della scena politica nazionale.<span id="more-11509"></span></p>
<p>Lo afferma Nichi Vendola, portavoce nazionale di Sinistra Ecologia Liberta&#8217;, in un  appello pubblico a sostegno della manifestazione nazionale che la Fiom  ha convocato per il prossimo 16 ottobre.<br />
Non si puo&#8217; continuare a  permettere  &#8211; prosegue il leader di Sel &#8211; che Il dramma della  disoccupazione, gli effetti della crisi economica, le scene ricorrenti  di intimidazione e di rappresaglia sui luoghi di lavoro nel nostro Paese  siano e rimangano  brevi di cronaca: la politica, le Istituzioni devono  riprendere in mano con forza  questo tema.</p>
<p>Noi  &#8211; insiste il  presidente della Regione Puglia &#8211; ci siamo giustamente battuti, insieme a  tanti altri, in queste settimane contro il bavaglio ai giornalisti e  alla liberta&#8217; di stampa.  Ma il bavaglio ai giornalisti e&#8217; grave quanto  il bavaglio agli operai di Melfi e Pomigliano. L&#8217;articolo 21 della  nostra bella Costituzione non puo&#8217; vivere se non e&#8217; preceduto  dall&#8217;articolo 1 e dall&#8217;articolo 3: la liberta&#8217;, il lavoro e  l&#8217;eguaglianza. Parole, valori, obiettivi che ritroviamo nella  manifestazione annunciata dalla Fiom per inizio autunno .</p>
<p>Proprio  per questo &#8211; conclude Vendola -  facciamo appello alle altre forze del  centrosinistra, al mondo della cultura e dell&#8217;associazionismo: dobbiamo  esserci tutti il 16 ottobre a fianco della Fiom. Perche&#8217; la dignita&#8217;  e i  diritti di un lavoratore metalmeccanico sono anche la nostra dignita&#8217;  e  i nostri diritti.</p>
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		<title>Se 60 ore vi sembran poche &#8230;</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Jul 2010 13:15:53 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Non si può continuare a lavorare tutte fino alla stessa età senza considerare il tipo di lavoro che si svolge, la vita che si fa e senza pensare al futuro di tante giovani donne.
Si può, invece, impostare un sistema pensionistico che contempli la libertà di scelta: andare in pensione tra una soglia minima di età e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non si può continuare a lavorare tutte fino alla stessa età senza considerare il tipo di lavoro che si svolge, la vita che si fa e senza pensare al futuro di tante giovani donne.</p>
<p><span id="more-11489"></span>Si può, invece, impostare un sistema pensionistico che contempli la libertà di scelta: andare in pensione tra una soglia minima di età e una massima, in modo da conciliare condizioni di lavoro (innanzitutto quelle con mansioni usuranti) ed esigenze personali. Flessibilità valsa in molte occasioni di ristrutturazione in settori privati e pubblici per ammortizzare i costi sociali e andare incontro alle convenienze dello Stato e delle aziende.</p>
<p>Quando si calcolano gli anni di lavoro femminile due più due fa cinque. Dati Eurostat e Commissione Europea (2006-2007) attestano che in media le donne italiane lavorano 60 ore la settimana: sono in Europa quelle che lavorano di piu&#8217;. Sulla somma incide la quantità di lavoro svolto fuori casa che resta maschile nei modi e nei tempi e la mole di impegni di lavoro prestati gratuitamente dalle donne. Questo lavoro gratuito che gli indicatori economici non rilevano tiene in piedi la società la quale, però,restituisce alle donne assai poco rispetto a quanto da loro riceve.</p>
<p>E’ una differenza che nessuno può cancellare entro una finta parità.</p>
<p>Una differenza che sollecita una trasformazione profonda per tutti: libertà di scelta, riconoscimento sociale del lavoro di cura e sua redistribuzione tra donne e uomini, efficiente rete di servizi pubblici e nuovi modi di lavorare.</p>
<p>Un’altra civiltà.</p>
<p>Certo, le donne hanno fatto straordinari passi avanti: oggi più di ieri decidono di sé, della propria sessualità e maternità, hanno più denaro e lavoro retribuito, sono presenti ovunque. Ma, ancora troppi sono gli ostacoli che si frappongono alla possibilità di vivere pienamente in libertà: lavoro precario, carriere intermittenti, redditi più bassi, scarsità di servizi sociali, assenza nelle stanze che contano anche in quelle in cui si decide di mandarle in pensione a sessantasei anni.</p>
<p>La parità, così intesa, è una mistificazione che oltre a non riconoscere i crediti acquisiti dalle donne con il lavoro di cura, chiude la porta al futuro di molte giovani.</p>
<p>Fare parti uguali tra diseguali è la cosa più ingiusta del mondo.</p>
<p>Facciamo un’operazione “trasparenza”, rendiamo visibile ciò che viene dato per scontato e perciò nascosto. Dichiariamo in tante e pubblicamente tutti i lavori che svolgiamo, retribuiti e gratuiti, produttivi e riproduttivi, obbligati e volontari. E’ il momento di dar vita ad una nuova stagione di impegno per la libertà e l’autodeterminazione delle donne come fondamento di un diverso modello sociale, più giusto e solidale.</p>
<p><a href="http://www.sinistraeliberta.eu/wp-content/themes/sel2010/images/modello_dichiarazione.pdf" target="_blank">Scarica il modello per fare la dichiarazione</a></p>
<p>Ritanna Armeni, Maria Luisa Boccia. Daniela Brancati. Gloria Buffo, Elettra Deiana, Rossana Dettori, Titti Di Salvo, Wilma Labate, Raffaella Lamberti, Betty Leone, Fernanda Minuz, Marisa Nicchi, Morena Piccinini, Norma Rangeri, Carla Ravaioli, Bia Sarasini, Anna Scattigno, Clara Sereni, Chiara Valentini, Katia Zanotti, Grazia Zuffa</p>
<p>Chiara Acciarini, Denise Amerini, Anna Bainotti, Fulvia Bandoli,  Mara Baronti, Luciana Benedetti, Elisa Bertelli, Mary Bertini, Marcella Bresci, Bausi, Monica Biondi, Stefania Bisori, Giuliana Bonosi, Sara Bonni, Valeria Cammelli, Annusca Campani, Maria Grazia Campari, Donata Cappuggi, Anna Maria Carloni, Elisabetta Catalanotto, Nunzia Catena, Eva Catizzone, Alida Cavallucci, Monica Cerutti, Tiziana Chiappelli, Chiara Cremonesi, Anna Crisi, Alessandra Cofano, Elena Colombini, Rosaria Costantini, Anne Elena Bravo Cumsille, Maria Rosa Cutrufelli, Daniela Dacci, Cristiana Dai Prà, Monica Dal Maso, Marisa Del Re  Loredana De Petris, Cecilia D’Elia, Corsina Depalo, Grazia Francescato, Gabriella Gabrielli, Carla Gassini, Cristiana Gestri, Mariella Gramaglia, Barbara Grieco, Elena Hoo, Francesca Koch, Lilli Insieme, Laura Carpi Lapi, Diana Lacanà, Donatella Leonzi, Silvia Lolli, Lavinia Marchiani, Carla Martini, Maria Laura Massai, Graziella Mascia, Roberta Medini, Giusi Mercante, Graziella Rumer Mori, Barbara Orlandi, Pasqualina Napoletano, Sonia Nocentini, Maria Grazia Negrini, Elvira Peduto, Chicca Perugia, Alessia Petraglia, Luisa Petrucci, Cristina Pierattini, Elisabetta Piccolotti, Ambra Pirri, Silvana Pisa, Bianca Pomeranzi, Serena Raffa, Corinna Rinaldi, Adelaide Rosi, Ivana Sandoni, Uliva Sannini, Lara Sarpilati, Stefania Scarponi, Alba Sasso, Patrizia Sentinelli, Letizia Cesarini Sforza, Luisa Simonutti, Anna Soldani, Silvia Soverini, Isabella Torrese, Paola Torricini, Lalla Trupia, Chiara Tuoni, Vania Valoriani, Marcella Vignali, Vania Zanotti</p>
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		<title>Nichi: Mi candido per sparigliare il centrosinistra</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Jul 2010 08:53:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Noi diciamo no ai governi tecnici e a quelli  delle larghe intese: le primarie non sono una minaccia per il Pd o per  il centrosinistra, e io mi candido per sparigliare questi giochi”.

Nichi Vendola ha così concluso oggi, a Bari, gli Stati generali delle  fabbriche di nichi davanti a una platea di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“Noi diciamo no ai governi tecnici e a quelli  delle larghe intese: le primarie non sono una minaccia per il Pd o per  il centrosinistra, e io mi candido per sparigliare questi giochi”.</p>
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<p>Nichi Vendola ha così concluso oggi, a Bari, gli Stati generali delle  fabbriche di nichi davanti a una platea di circa duemila persone  provenienti per il 40% dal resto d’Italia, in molti dal Settentrione. La  manifestazione è stata seguita anche attraverso il web e i social  network: la fan page di facebook di Nichi Vendola ha raggiunto quota  167.000, con 4.800 nuovi fan negli ultimi tre giorni.<span id="more-11338"></span></p>
<p>“Dobbiamo vincere”, ha sottolineato Vendola, “ma questo verbo deve  essere coniugato fuori dal palazzo, lungo le traiettorie delle vie  popolari. Vincere ha un significato se si vince a Pomigliano, a Melfi,  se la vittoria ha significato per gli studenti precari, per i  ricercatori che sono costretti ad emigrare, per le donne e gli eroi dei  nostri giorni, come Falcone, Borsellino e Carlo Giuliani. Bisogna  vincere per ricostruire i codici dei diritti: allora la vittoria è un  discorso sulla salvezza del Paese, che guarda all’Europa. È la vittoria  di tanti, è la vittoria del popolo che si alza in piedi, non è una  vittoria di parte o di partito”.</p>
<p>Vendola ha poi precisato il senso della sua disponibilità alla  candidatura. “Perché io?”, ha detto, “perché sono voi quando non  sopportate il centrosinistra avendo in mente un mondo diverso da questo.  Noi abbiamo due obiettivi da raggiungere: il primo è l’indispensabilità  di un metodo democratico che si sottrae alle nomenclature di partito;  il secondo è portare nell’arena la domanda di una buona politica. Non  c’è buona politica che possa prescindere da un discorso sul buio e sulla  luce”. Vendola, infatti, ha titolato così il discorso conclusivo degli  Stati generali delle fabbriche di nichi, “lanterne che illuminano gli  angoli bui dell’esistente”.</p>
<p>Le fabbriche, come specificato da Vendola, sono un’esperienza autonoma  da tutti i partiti, portano in dote il principio di cooperazione e  “vogliono accarezzare il centrosinistra, insufflare l’anima della  questione della modernità nel momento in cui la destra si presenta come  antimoderna”.Questa nuova realtà vuole scuotere “l’albero del  centrosinistra per costruire la narrazione di un’Italia migliore”.</p>
<p>Ha poi annunciato i temi chiave di una nuova piattaforma programmatica  del centrosinistra: investire nella Bellezza dell’ambiente, dei talenti e  dei territori; rilanciare l’Economia attraverso una pressione fiscale  più equa, la redistribuzione delle risorse e puntando su qualità e  innovazione; sottrarre la Conoscenza alla privatizzazione e alla  parcellizzazione dei saperi attraverso il rilancio della scuola e  dell’università come elementi fondanti di una cultura diffusa;  ristabilire la connessione tra i Diritti e le persone; custodire il  patrimonio dei Beni Comuni.</p>
<p>Nichi Vendola ha sottolineato che gli Stati generali delle fabbriche di  nichi diventeranno un appuntamento annuale. “Questo è l’equivalente del  meeting riminese di Comunione e Liberazione: deve essere per noi il più  importante incubatore di intelligenze e della nuova classe dirigente”.  “C’è un’Italia migliore”, ha concluso Vendola, “e noi la faremo  vincere”.</p>
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		<title>Eutanasia di un paese</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Jul 2010 07:30:19 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Solo ad uso futuro, a beneficio insomma della storia,  proviamo a mettere in fila le cose successe in questi ultimi sette  giorni. Il coordinatore  del partito di governo, l&#8217;emissario piduista della P3 e l&#8217;amico dei  mafiosi ragionavano insieme su come mandare l&#8217;amico dei camorristi al  governo della Campania, su come corrompere i giudici della Corte  Costituzionale e su come garantire a “Cesare” (ovvero Berlusconi: pensa  che fantasia&#8230;) lunghi e sereni anni di impunità. <span id="more-11366"></span>Intanto tra la  Calabria e Milano finiscono in galera in trecento, e si scopre che la  ndrangheta è diventata, di fatto, la più capillare e potente  organizzazione mafiosa del mondo, capace di investire su cinque  continenti e di corrompere appalti, anime e istituzioni da Varese a Capo  Passero.</p>
<p>Naturalmente il prefetto di  Milano, quello che sei mesi fa dichiarava giulivo alla Commissione  Antimafia che di mafie a Milano e dintorni neanche l&#8217;ombra, è ancora al  suo posto, protetto e benedetto dal suo ministro dell&#8217;Interno Maroni  (che invece il prefetto di Latina l&#8217;ha cacciato via appena ha osato  chiedere lo scioglimento per infiltrazioni mafiose del comune di Fondi,  governato dal centrodestra). Sul versante delle professioni liberali e  delle vocazioni illuministe della nostra imprenditoria, scopriamo che  Marchionne – quello dei golfini blu – s&#8217;è rivelato uno squalo capace di  farci rimpiangere la Fiat di Valletta.</p>
<p>Naturalmente  il governo gli dà corda e sponda, e intanto prosegue la sistematica  demolizione di quel poco di stampa libera (cioè indipendente) che ancora  esiste tagliandole ogni contributo sopravvissuto. Tra le ultime ci  cronaca, Cosentino s&#8217;è dimesso: non per pudore suo ma per stato di  necessità del suo capo. Che l&#8217;ha subito riconfermato viceré del partito  di governo in Campania. Questo è il paese, governato da una giunta  boliviana capace di mescolare attorno allo stesso tavolo gli interessi  della camorra,quelli di Cosa Nostra e quelli della P2, saldati tra loro  per lanciare un&#8217;ultima, definitiva offensiva a quanto ancora sopravvive  della nostra legalità repubblicana.</p>
<p>Bene:  che si fa in un paese ridotto in queste condizioni, un paese in cui sono  saltate tutte le funzioni di controllo, un paese in balia dei  bollettini di guerra che ogni giorno la corte di Berlusconi ci fa  conoscere a reti unificate&#8217; Che si fa in un&#8217;Italia in cui il ministro  dell&#8217;Interno s&#8217;è tenuto fino a ieri come collega di governo un signore  accusato di prendere voti e ordini dalla camorra? Che si fa in una  repubblica delle banane in cui i servizi segreti, invece di fare il  mestiere loro e di garantire la nostra sicurezza, garantivano solerti  ristrutturazioni nelle case dei ministri della Repubblica? Insomma, che  si fa quando la nostra storia è ridotta a lacerti, miserie e macerie? Si  propone un governo di larghe intese!</p>
<p>Larghe  quanto? E poi, intese con chi? Con il compagno Fini, che si agita,  s&#8217;indigna ma poi vota e fa votare sempre la fiducia per il suo governo?  Con la Lega, solido partito di banche e di governo, che ogni giorno  manda al diavolo il PD e i suoi ammiccamenti? Bossi l&#8217;ha ripetuto ieri,  con la consueta schiettezza: “Quali larghe intese? Ci siamo noi e  Berlusconi”. Punto. Allora facciamo il governissimo con Tremonti, quello  della macelleria sociale, e mettiamo Berlusconi in castigo? Oppure  c&#8217;inventiamo una soluzione alla siciliana? Miccichè, Dell&#8217;Utri,  Lombardo, Santa Rosalia&#8230; tutti in carrozza prima che la giostra si  fermi.</p>
<p>Non lo dico e non lo scrivo per  umore politico. Ma con lo stupore di un cittadino italiano che vede la  storia del proprio paese liquefarsi in una sequenza di fotogrammi  ridicoli e devastanti. Dopo aver sentito le conversazioni dei mestatori  che volevano corrompere la Corte Costituzionale (se fosse avvenuto,  tecnicamente si sarebbe chiamato colpo di Stato), rimpiangiamo perfino  lo stile asciutto di certi caudillos sudamericani che se dovevano  mettere in catene il loro paese almeno non lo facevano parlandone tra  loro in napoletano stretto.</p>
<p>Ecco, è questo  il nostro sentimento. Lo stupore di chi vede in queste cronache da fine  impero non tanto la protervia dei peggiori quanto la modestia dei  migliori. Che invece di pretendere elezioni qui e ora, sfidando il paese  a raddrizzare la schiena e a decidere finalmente del proprio destino,  continuano a cucire intese, minuetti, inciuci, furbizie&#8230; Per fortuna  che poi ci sono i leghisti che continuano a sbatterci la porta sui  denti.</p>
<p>Claudio Fava</p>
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		<title>I piani di Vendola &#8220;Adesso sfido anche Bersani&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Jul 2010 10:01:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il governatore della Puglia racconta il suo obiettivo politico: scalare  la leadership del centrosinistra in vista delle prossime primarie
Ha convocato a Bari questo pomeriggio, con la regia del suo braccio  destro Nicola Fratoianni e della banda di giovanissimi creativi che lo  hanno portato alla vittoria già due volte, gli “Stati generali” delle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il governatore della Puglia racconta il suo obiettivo politico: scalare  la leadership del centrosinistra in vista delle prossime primarie</p>
<p><span id="more-11280"></span>Ha convocato a Bari questo pomeriggio, con la regia del suo braccio  destro Nicola Fratoianni e della banda di giovanissimi creativi che lo  hanno portato alla vittoria già due volte, gli “Stati generali” delle  fabbriche di Nichi”. L’obiettivo politico, ormai non è più un segreto,  provare l’impresa: la scalata alla leadership del centrosinistra in  vista delle primarie. Lui, <strong>Nichi Vendola</strong>, governatore  della Puglia, ha già iniziato a girare l’Italia. E questa sera  verificherà se la pioggia di adesioni raccolte via Internet sono una  realtà o un bluff.<br />
<strong>Governatore Vendola, chi è il popolo  delle fabbriche?</strong><br />
Sappiamo che sono 2 mila; la metà ha meno  di quarant’anni. Ma non sono apparato, non sono burocrazia politica: è  la prima volta che si mettono insieme, li conosceremo stasera.<br />
<strong>Suvvia,  non scherzi…</strong><br />
Non scherzo! C’è una grande speranza, avverto  un’onda di entusiasmo, ma nulla è pianificato o pianificabile.<br />
<strong>Le  Fabbriche di Nichi sono la cinghia di trasmissione di Sinistra e  libertà?</strong><br />
Ma nemmeno per sogno! Sono fatte di gente che vota  nel modo più diverso, di moltissimi che tornano alla politica dopo le  delusioni degli apparati, di molti alla prima esperienza politica.<br />
<strong>Lei,  di fatto, sta lanciando la sua candidatura.</strong><br />
Detto così è  un problema di ambizioni, di carriera personale. Bè, se fosse questo non  me ne frega nulla, la partita è un’altra.<br />
<strong>Quale?<br />
</strong>Io  voglio capire se c’è la possibilità di rimettere in moto una una  speranza.<br />
<strong>Adesso parla in Obamese…</strong><br />
Al  contrario. Io non sono un fenomeno, ma un epifenomeno. Provo a  rispondere a un’esigenza di novità, non me la invento.<br />
<strong>Probabilmente  sfiderà Bersani: per via dello statuto il candidato del Pd dovrebbe  essere lui…</strong><br />
Le primarie, come si è visto, non sono una gara  distruttiva, ma una gara feconda.<br />
<strong>A quale domanda lei vuol  dare risposta?</strong><br />
In un momento drammatico come quello che  viviamo, la ripetizione delle vecchie logiche di partito e di apparato  viene percepita come una cerimonia cimiteriale. Anche il centrosinistra  si deve rinnovare, deve costruire una nuova alleanza.<br />
<strong>Intanto  lei a Mestre ha raccolto gli applausi dei militanti della Festa  democratica. Che fa, ruba consensi fuori casa?</strong><br />
Non mi sento  il rappresentante di una frazione di partito. Durante le primarie  dicevo di essere “il vero” candidato del popolo Pd: sono stati anche  loro a darmi in consenso per vincere.</p>
<p><strong>Non teme di essere  troppo radicale?</strong><br />
Non sono stato mai percepito come il  leader di una estremità, ma come il punto di sintesi tra il bisogno di  diritti dei settori marginali della società e gli interessi dei ceti  produttivi più forti.<br />
<strong>In Veneto corteggia il popolo delle  partite Iva, a Pomigliano difende gli operai, a Vicenza, scrive Ilvo  Diamanti, la applaude Confindustria…</strong><br />
Sì, ma facendo in  tutti posti lo stesso discorso! Semmai, se ho un punto di forza, è che  voglio rompere la sindrome di Zelig del vecchio centrosinistra…<br />
<strong>Zelig?  Il camaleontico personaggio di Woody Allen?</strong><br />
Proprio lui.  Esattamente come Zelig, in questi anni, la sinistra tende a mimetizzarsi  con i suoi interlocutori: padronale con i padroni, vescovile con i  cattolici… Io invece provo ad offrire una nuova sintesi, un nuovo  alfabeto di priorità.<br />
<strong>Mi faccia un esempio.<br />
</strong>Sono  stato pochi giorni fa all’Expo universale di Shanghai. Visitare i  padiglioni della vecchia Europa è stato più istruttivo di mille  convegni.<br />
<strong>In che senso?</strong><br />
Padiglione tedesco: lo  spettacolo penoso del karaoke sull’inno alla gioia. Padiglione francese:  una pinacoteca di finti quadri, un Louvre di cartapesta.<br />
<strong>E  Il padiglione più bello?<br />
</strong>Quello cinese. Sali su un tapis  roulant, che poi è un fiume, che poi scorre davanti a un murales animato  con delle stampe cinesi. Si parte dal villaggio denghiano per arrivare  alla nuova Cina.<br />
<strong>E il padiglione italiano?</strong><br />
Ecco  il punto. Meglio di tedeschi e francesi. Ma cosa ci salva? Il lavoro  degli artigiani e il belcanto, l’industria del bello. Ovvero: quello che  stiamo smantellando e definanziando nel nostro Paese. Capisce le  conseguenze politiche?<br />
<strong>Quali?</strong><br />
Perché non  possiamo rispondere noi a questa domanda? Perché non è la sinistra a  difendere questa idea di innovazione? Questo progetto può tenere insieme  gli industriali produttivi del Nord-est e gli operai del Sud.</p>
<p><strong>Secondo  Tremonti è la manodopera cinese a fare concorrenza ai nostri operai.<br />
</strong>Quando mi hanno intervistato, ho detto che bisogna difendere  sia i panda che gli operai di Shenzhen. Bè, non mi hanno censurato. Il  regime permette ai giornali di raccontare le tante lotte operaie che si  concludono con le multinazionali che raddoppiano gli stipendi.<br />
<strong>Agli  operai della Fiat è andata peggio… </strong><br />
Quando sono andato a  Pomigliano i giornali italiani non hanno scritto una riga. La Fiom,  trattata dai media – tranne voi e Il Manifesto – come una setta  integralista ha raccolto, sola contro tutti, il 40% dei consensi!<br />
<strong>Lei  dice che in questi giorni Tremonti è più pericoloso di Berlusconi. È  una battuta?</strong><br />
È sotto gli occhi di tutti: siamo all’inizio  della fine. Siamo sull’uscio di una fase che può preludere alla  dissoluzione del sistema paese.<br />
<strong>E Tremonti?</strong><br />
Berlusconi è stato di fatto commissariato da un potere economico, di cui  Tremonti è l’espressione e il dominus.<br />
<strong>Mi spieghi meglio…</strong><br />
L’attacco alle Regioni messo in atto con questa Finanziaria è usato  anche come manovra per mettere fuori i possibili competitor del  dopo-Berlusconi.<br />
<strong>Si riferisce a Formigoni.<br />
</strong>Le  do due numeri. Alla Puglia vengono tagliati 365 milioni su un bilancio  di un miliardo: una follia. Ma alla Lombardia vengono tagliati 1  miliardo e 600 milioni in due anni!<br />
<strong>Cosa le resta dopo i  tagli?</strong><br />
Pagati tremila stipendi, nulla. Vuol dire che nel  2011 non è finanziato il fondo per i non autosufficienti, che a pagare  sono gli ultimi e i deboli.<br />
<strong>A sinistra c’è anche chi lo  apprezza, Tremonti.</strong><br />
Negli ultimi due anni l’evasione è  aumentata di 20 miliardi, una manovra finanziaria. E il 50% della  ricchezza nazionale è finito nelle mani del 10% del Paese. Io preferirei  definirlo il ministro dei ricchi. Sono angosciato.</p>
<p><strong>Da  cosa?</strong><br />
Dal quadro che emerge: una classe dirigente inquinata  di camorristi, massoni e faccendieri strangola il Paese. Anche gli  elettori e gli uomini della destra perbene se ne rendono conto.</p>
<p><strong>Dicono  che le Regioni devono tagliare gli sprechi inutili.</strong><br />
Ma chi  lo dice? Le veline tremontiane? Se è la casta dei ministeri a chiedere  sobrietà, in un Paese in cui è vietato tassare le rendite, mi permetto  di dubitare. C’è un’Italia pacchiana da battere. È il triangolo dei  bermuda e delle bandana… Tremonti-Briatore-Cosentino.<br />
<strong>E la  Lega? </strong><br />
Mentre a Napoli la camorra attacca manifesti che  inneggiano a Cosentino, ieri Bossi cambiava rotta sulle intercettazioni,  forse spaventato dalle ultime inchieste: Padania Ladrona?<br />
<strong>Ma  le primarie ci saranno?</strong><br />
Si sono rivelate il metodo  migliore per avvicinare il nostro popolo alla sinistra. Le abbiamo già  fatte per Prodi. Non solo sarebbe assurdo: ormai è impossibile non  farle.</p>
<p>Luca Telese</p>
<p>da www.ilfattoquotidiano.it</p>
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		<title>Melfi, appello dei gruppi consiliari</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Jul 2010 11:39:25 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[I gruppi Consiliari Regionali firmatari dell’appello per il ritiro del provvedimento di sospensione cautelare adottato dalla direzione nei confronti di tre lavoratori, di cui due delegati sindacali, e per  la ripresa delle normali relazioni sindacali alla SATA Di Melfi,

nell’esprimere solidarietà ai lavoratori che nella giornata di ieri, a seguito dei licenziamenti adottati dall’azienda, hanno assunto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>I gruppi Consiliari Regionali</strong> firmatari dell’appello per il ritiro del provvedimento di sospensione cautelare adottato dalla direzione nei confronti di tre lavoratori, di cui due delegati sindacali, e per  la ripresa delle normali relazioni sindacali alla SATA Di Melfi,</p>
<ul>
<li>nell’esprimere solidarietà ai lavoratori che nella giornata di ieri, a seguito dei licenziamenti adottati dall’azienda, hanno assunto la decisione di salire sulle mura della Porta Venosina di Melfi, fatto che determina un ulteriore innalzamento della tensione in considerazione che la forma di protesta potrebbe avere ripercussioni sulla condizione fisica dei lavoratori licenziati,</li>
<li>tenuto conto anche della disponibilità delle OOSS nazionali manifestata nell’incontro di ieri a Roma a ricondurre nelle normali relazioni sindacali quanto sta accadendo a Melfi e a Mirafiori;</li>
<li>visto l’ordine del giorno del Consiglio Provinciale di Potenza e facendo proprio, altresì, l’appello dei Sindaci del Vulture Alto Bradano, condiviso anche da tanti altri sindaci, compreso quello della città capoluogo</li>
<li>alla FIAT il ritiro dei licenziamenti,  riconducendo la vicenda nell’ambito della naturale dialettica dei rapporti di lavoro;</li>
<li>al Presidente della Giunta Regionale, di intervenire ulteriormente presso la dirigenza dell’Azienda Torinese affinché si produca un atto distensivo verso i lavoratori, le loro rappresentanze e la stessa comunità lucana, con il ritiro dei licenziamenti adottati e la ripresa delle corrette relazioni sindacali.<span id="more-11238"></span></li>
</ul>
<p><strong>CHIEDONO</strong></p>
<ul>
<li>alla FIAT il ritiro dei licenziamenti,  riconducendo la vicenda nell’ambito della naturale dialettica dei rapporti di lavoro;</li>
<li>al Presidente della Giunta Regionale, di intervenire ulteriormente presso la dirigenza dell’Azienda Torinese affinché si produca un atto distensivo verso i lavoratori, le loro rappresentanze e la stessa comunità lucana, con il ritiro dei licenziamenti adottati e la ripresa delle corrette relazioni sindacali.</li>
</ul>
<p>Giannino ROMANIELLO                Sinistra Ecologia Libertà</p>
<p>Giuseppe DALESSANDRO             per il Partito Democratico</p>
<p>Luca BRAIA                                     per il Partito Democratico</p>
<p>Enrico MAZZEO CICCHETTI        per  Italia dei Valori</p>
<p>Rocco VITA                                      Partito Socialista Italiano</p>
<p>Luigi SCAGLIONE                          Popolari Uniti</p>
<p>Alessandro SINGETTA                    Alleanza per l’Italia</p>
<p>Alfonso NAVAZIO                          Io amo la Lucania</p>
<p>Roberto FALOTICO                         Per la Basilicata</p>
<p>Gianni ROSA                                    per il Il Popolo delle Libertà</p>
<p>Francesco MOLLICA                       MPA</p>
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		<title>Cosentino e il senno di poi</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Jul 2010 09:09:20 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Invece di decidere di concerto con il presidente Berlusconi le proprie dimissioni, l’onorevole Cosentino avrebbe  dovuto rassegnarle già un anno fa di concerto con la propria coscienza,  con le rivelazioni di cinque collaboratori di giustizia (“Cosentino  appartiene ai Casalesi!”) e con le richieste di custodia  cautelare firmate nei suoi confronti dai [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Invece di decidere di concerto con il presidente <strong>Berlusconi</strong> le proprie dimissioni, l’onorevole <strong>Cosentino </strong>avrebbe  dovuto rassegnarle già un anno fa di concerto con la propria coscienza,  con le rivelazioni di cinque collaboratori di giustizia <strong><em>(“Cosentino  appartiene ai Casalesi!”)</em></strong> e con le richieste di custodia  cautelare firmate nei suoi confronti dai magistrati napoletani. <span id="more-11217"></span></p>
<p>Invece <strong>l’ha  fatta franca</strong> perché l’hanno protetto in tanti. Il suo ‘boss’,  Berlusconi. Il suo partito, a Roma e in Campania. <strong>E perfino  l’opposizione, che mai fu come – in questo caso – opposizione di sua  maestà:</strong> quando è andata al voto, un anno fa, la prima mozione  di sfiducia per Cosentino, il sottosegretario è stato graziato perché  tra le file dell’opposizione (<strong>PD, IDV e UDC</strong>) si sono  contati più di cento voti in meno tra assenti, astenuti e distolti da  improrogabili impegni fisiologici (proprio in quel momento e solo per  quel voto).</p>
<p>Bisognerebbe conservar tutti decenza e memoria dei  propri gesti. Anche il ministro <strong>Maroni</strong>, che oggi plaude  alle operazioni di polizia sulla ‘ndrangheta e<strong> ieri ha cacciato  via il prefetto di Latina</strong> per aver chiesto lo scioglimento per  mafia (infiltrazioni della ‘ndrangheta) del comune di Fondi (<strong>PDL</strong>).</p>
<p>Memoria cortissima anche per il prefetto di Milano <strong>Gianvalerio  Lombardi</strong> che appena sei mesi fa spiegava giulivo alla  Commissione Antimafia che di mafia, a Milano e in Lombardia, non c’è  nemmeno l’ombra. Questo Lombardi o ce, o ci fa: in entrambi i casi, un  prefetto della Repubblica verrebbe invitato dal ministro a far bagagli  in due ore. <strong>Scommettiamo che Maroni non aprirà bocca?</strong></p>
<p>(<strong>ps: ma è questa la Lega con cui qualche genio del PD vorrebbe  riaprire relazioni politiche e diplomatiche?</strong>).</p>
<p>Claudio Fava</p>
<p>da www.ilfattoquotidiano.it</p>
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		<title>Furti di memoria</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Jul 2010 15:07:21 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[&#8220;Arrestato il noto faccendiere piduista Flavio Carboni. Voleva corrompere i giudici della Consulta assieme al noto pregiudicato per fatti di mafia Marcello Dell&#8217;Utri. I due si erano accordati anche per sostenere la candidatura alla presidenza della Regione Campania di Nicola Cosentino, scampato a un mandato di cattura perchè deputato, indicato da più pentiti della camorra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } -->&#8220;Arrestato il noto faccendiere piduista Flavio Carboni. Voleva corrompere i giudici della Consulta assieme al noto pregiudicato per fatti di mafia Marcello Dell&#8217;Utri. I due si erano accordati anche per sostenere la candidatura alla presidenza della Regione Campania di Nicola Cosentino, scampato a un mandato di cattura perchè deputato, indicato da più pentiti della camorra come cosa loro&#8230;&#8221;. <span id="more-11078"></span>Ma se v&#8217;avessero detto qualche anno fa che un giorno avreste letto questa notizia, come avreste reagito? Riepiloghiamo. Ci sono tre figuri che in un modo o nell’altro, ma sempre per vie giudiziarie, hanno a che fare con la P2, Cosa Nostra e la camorra e che si ritrovano mescolati nella stessa torbida storia.</p>
<p>Storia infelice di giudici corruttori, di una legge incostituzionale che si vuol far passare per legittima, di un sistema politico che si mette in moto attraversando gli strati più oscuri e più malavitosi del paese per garantire a Silvio Berlusconi l’impunità del lodo Alfano… La nostra fortuna è nella schiena dritta dei giudici della Corte Costituzionale che quel lodo hanno dichiarato, nelle sue parti più oscene, illegittimo.</p>
<p>Ma se alcune di quelle schiene si fossero piegate, se l’amico dei mafiosi, il piduista e il sottosegretario in odore di camorra avessero ottenuto il loro scopo, se il capo del governo italiano si fosse trovato <em>tout à coup</em> garantito e impunito per opera dei suoi amici corruttori, come lo chiamereste questo scenario? Dall’altra parte dell’oceano, in paesi senza peli sulla lingua, avrebbero usato una sola parola: golpe. E poco importa che dietro il sovvertimento delle istituzioni di un paese non vi sia un tintinnar di sciabole: se attorno allo stesso tavolo si ritrovano i garanti, gli emissari o i protetti delle più feroci organizzazioni eversive e criminali del paese, quel paese ha comunque i giorni contati.</p>
<p>Noi invece contiamo i giorni agli altri. Facciamo le pulci agli allenatori di calcio, prendiamo a manganellate i terremotati (dalle mie parti si direbbe: cornuti e mazziati) e intanto sfogliamo il calendario aspettando le elezioni che sono sempre una mano santa e calda sui lividi della nazione.</p>
<p>Ma forse questa nazione non esiste più. Se fossero usciti i giornali, nei titoli di prima ne avremmo incontrate almeno due, di nazioni. L’una sfacciata, arrogante, impunita che ci racconta di mafie e piduisti. L’altra, umile e stufa, che ci porta la storia di un sindaco calabrese, Caterina Girasole, alla quale hanno bruciato la macchina. Tre attentati in quattro giorni: prima di lei era toccato al suo vicesindaco e al capo dell’ufficio tecnico. Ce l’hanno con loro perché vorrebbero far gestire a una cooperativa dell’associazione Libera alcuni beni confiscati ai mafiosi del clan Arena. Dice Caterina: “Noi non ci fermeremo, però…”.</p>
<p>Ed è in quel “però” lasciato in sospeso, incontrando i giornalisti nel cortile di una questura del sud, mentre il comitato per l’ordine e la sicurezza discute se davvero tre macchine bruciate in quattro giorni siano un segnale di pericolo, quel “però” che non dice ma rivela la stanchezza e lo stupore di chi vuole fare fino in fondo il proprio dovere, ad ogni prezzo, in nome di un giusto puntiglio, di un senso dello Stato, ecco, in quel “però” la domanda è: quale Stato? Quello rappresentato dalla giunta di Capo Rizzuto, dai ragazzi don Ciotti, da chi si riprende i beni della mafia per trasformarli in un diritto alla vita?</p>
<p>Oppure l’altro Stato, quello di monsieur Carboni, dei conciliaboli tra venerabili maestri e complici delle mafie? Insomma, quale Stato è il nostro: quello dei giudici che si erano acconciati a portare in giro l’ambasciata di Dell’Utri per salvare il lodo Alfano o quello dei magistrati della Consulta che gli hanno risposto picche? Quale stato, quali istituzioni sono destinate a lasciare una traccia nella storia di questi anni? L’incredibile protervia di un sottosegretario indicato come uomo dei camorristi che resta al suo posto, o la faccia spaurita ma cazzuta di una piccola donna del sud, sindaco per avventura e per passione, che dice, davanti alle lamiere roventi della propria auto: “noi andiamo avanti”? Spiega bene Ciotti: questo non è il tempo sella solidarietà ma della corresponsabilità.</p>
<p>Ciascuno si prenda il proprio fardello di responsabilità. Tutti. Anche chi in queste ore, con toni degni d’un torneo di bridge, chiede che il governo riferisca in Parlamento. No: questo governo, che protegge Dell’Utri, Cosentino e Carboni, dovrebbe riferire solo in tribunale.</p>
<p>Claudio Fava</p>
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		<title>Italiani in Afghanistan</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Jul 2010 10:53:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E’ in tutto e per tutto, anche per i nostri contingenti a Kabul e dintorni, il bilancio di una vera guerra, di quelle che chiamano “nuove”, dove i morti di parte occidentale sono relativamente pochi – ma pure ci sono – e quelli dell’altra parte sono tanti, tantissimi. E di questi ovviamente non si parla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --><span style="font-size: medium;">E’ in tutto e per tutto, anche per i nostri contingenti a Kabul e dintorni, il bilancio di una vera guerra, di quelle che chiamano “nuove”, dove i morti di parte occidentale sono relativamente pochi – ma pure ci sono – e quelli dell’altra parte sono tanti, tantissimi. <span id="more-11000"></span>E di questi ovviamente non si parla o se ne parla tra le righe, soprattutto se fanno parte dell’indifferenziato mucchio degli insurgents, mescolati sempre e sempre ad arte confusi, nelle cronache dal fronte, con i terroristi di Al Qaeda. Così pesano meno sulla coscienza di tutti, dai generali, ai ministri, all’opinione pubblica. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Oltre 1200 i talebani uccisi dagli italiani in Afghanistan, da quanto il nostro Paese si è reso responsabile della partecipazione diretta all’impresa bellica degli Stati Uniti, fin dall’inizio, ai tempi di Bush, con l’invio nel 2003 di un piccolo contingente a Khost, sul confine col Pakistan. Ma è cifra approssimativa per difetto e non c’è da avere dubbi in proposito. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">I segreti di guerra resistono, sono a prova di bomba. Il grosso degli uccisi da mano italiana risalirebbe alla primavera del 2009, nella famigerata e sanguinosissima campagna detta appunto di primavera, nella zona di confine, per quello che ci riguarda, con la  regione di Kandhar. Quanti i morti della campagna di quest’anno, diretta fino a ieri dal rimosso generale McChrystal e nella quale, sotto comando ormai da tempo americano, si sono avvicendati l’italianissima Brigata Sassari e gli altrettanto italiani Alpini della Taurinense?</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">La notizia di questo mortifero bilancio, proveniente da attendibili fonti ufficiose, è stato fornito dal direttore di Rif (Rivista italiana difesa) Andrea Nativi, esperto ed informatissimo analista di faccende militari. L’Espresso ne dà notizia questa settimana. Il ministro La Russa tace e tace il governo, che nemmeno si vergogna più di nascondere la sanguinosa violazione della Costituzione in atto da anni. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">E anzi è sempre più disponibile ad aumentare uomini e mezzi per la guerra mentre taglia di tutto per quanto riguarda le spese sociali nel nostro Paese. Tacciono tutti e tace anche il presidente della Repubblica, che ha convocato in questi giorni il Consiglio Supremo di Difesa guardandosi bene dal sollevare la questione dell’articolo 11, così platealmente e continuativamente violato.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Noi ci ostiniamo a stare con la Costituzione, a ripudiare la guerra, a chiedere che i militari italiani vengano richiamati a casa. E, se mai fossimo in grado di farlo come Italia, si cerchino altre strade per aiutare quel Paese, che di tutto ha bisogno fuorché di una guerra come quella che là furoreggia e che Obama vuol continuare a ogni costo, ieri con McCrhystal e oggi con Petraeus. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Elettra Deiana</span></p>
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		<title>Un&#8217;estate di crisi</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Jul 2010 08:44:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tutte le volte che l’estate esplode, ricorre la fatidica domanda: quanti saranno gli italiani a fare le vacanze? Le spiagge saranno piene, gli ombrelloni aperti, le stanze degli alberghi prenotate? Da diverso tempo a questa parte si scopre facilmente che gli italiani che possono permettersi una vacanza diminuiscono, che in ogni caso i periodi vacanzieri [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } -->Tutte le volte che l’estate esplode, ricorre la fatidica domanda: quanti saranno gli italiani a fare le vacanze? Le spiagge saranno piene, gli ombrelloni aperti, le stanze degli alberghi prenotate? Da diverso tempo a questa parte si scopre facilmente che gli italiani che possono permettersi una vacanza diminuiscono, che in ogni caso i periodi vacanzieri si fanno sempre più brevi, che il caro spiagge rallenta anche il turismo domenicale delle famiglie. <span id="more-10979"></span>Le previsioni per il turismo di massa 2010 sono fosche. Forse le cose andranno un poco meglio del già drammatico 2009, ma non  è affatto detto che sarà così.</p>
<p>Quest’anno forse non ha neppure senso porsi simili interrogativi. Eppure le vacanze erano considerate fino a qualche anno fa un diritto da tutelare, come stava scritto nel logorroico programma che portò alla vittoria di misura dell’ultimo centrosinistra nel 2006. Le statistiche, ma anche  la percezione diretta, ci indicano oggi come la contrazione dei consumi non riguarda solo il superfluo, ma anche i beni primari, fra cui quelli alimentari. Gli ultimi dati diramati dall’Istat lo scorso 8 luglio parlano chiaro. Nel primo trimestre dell’anno in corso il reddito disponibile delle famiglie è diminuito del 2,6% rispetto all’analogo periodo del precedente anno.</p>
<p>Contemporaneamente è diminuita anche la propensione al risparmio: -1,6% nel corso dello stesso arco temporale. Cambia anche la composizione dei consumi alimentari. I consumatori preferiscono i “pronti da mangiare”, ossia prodotti preparati sui quali è possibile la competitività di prezzo, perlopiù a scapito della qualità. Si registra persino una diminuzione nell’acquisto del pane. In questo modo la spesa delle famiglie si orienta verso i supermercati, mentre continua il declino del dettaglio tradizionale sempre più macinato dalla insostenibile concorrenza delle grandi catene distributive.</p>
<p>Si potrebbe dire, sulla scorta di queste brevi considerazioni, che la crisi comincia ad assumere tratti antropologici, tali da modificare profondamente i comportamenti delle persone: E’ appunto questa la differenza tra una crisi, anche lunga e profonda, tra una recessione anche tremenda e prolungata, e una grande depressione. Secondo Paul Krugman siamo giunti esattamente a questo punto, alla terza grande depressione del capitalismo industriale. La prima risale al 1873, la seconda è ovviamente quella iniziata con il crack delle borse del 1929, la terza è quella che prese le mosse negli Usa nell’agosto del 2007 e nella quale siamo tuttora immersi.</p>
<p>Se Krugman ha ragione, e tutto fa purtroppo pensare di sì, non ha forse più molto senso porsi il problema se l’attuale depressione sia più o meno grave di quella degli anni trenta. Certamente ai giorni nostri la reazione dei governi, per quanto sempre tardiva e comunque <em>ex post</em>,  è stata  più efficace che non dopo il ’29 e questo ha impedito che la crisi avesse impatti catastrofici nel tempo breve. Ma poiché tale intervento è consistito essenzialmente nell’immissione di forti dosi di liquidità senza cambiare le regole del mondo finanziario e tantomeno intervenire sul modello di sviluppo.</p>
<p>Poiché ciò che è avvenuto è stato semplicemente la trasformazione del debito privato in debito pubblico. Poiché in Europa è ultimamente tornata a prevalere la tesi di dare priorità al rientro del debito con il conseguente varo di politiche deflattive. Poiché in conseguenza di tutto questo tanto gli indicatori tradizionali della crescita economica quanto quelli che misurano il tasso di disoccupazione e di occupazione volgono ovunque al peggio. Poiché in questo quadro cresce a dismisura la disoccupazione giovanile condannando un’intera generazione al non lavoro o al precariato permanente.</p>
<p>Poiché non appare all’orizzonte un orientamento e una forza capaci di invertire il segno di questa politica, ciò a cui stiamo assistendo non è solo l’arretramento delle condizioni economiche delle popolazioni, ma un netto peggioramento degli stili di vita che coinvolge un’intera generazione.</p>
<p>Purtroppo questo non avviene all’insegna di una riconquistata e sana sobrietà, né tantomeno nei termini della cosiddetta decrescita felice. Al contrario comporta una perdita di qualità della vita in tutti i sensi. Al ristorante non si sostituisce la genuità dei cibi semplici, ma il <em>junk food</em> dei supermercati; al turismo di massa balneare non si supplisce con il turismo culturale, ma con l’ammorbante pendolarismo della gita fuori porta; al precariato che rinnova e riproduce sé stesso non si risponde con il tempo pieno ma con la disoccupazione <em>tout court </em>e con l’allungamento dei tempi della permanenza fuori dal mondo del lavoro. In sostanza mentre aumentano i bisogni arretrano i diritti.</p>
<p>L’esatto contrario di quanto era faticosamente avvenuto in tanti anni di lotte sociali e democratiche e di costruzione dello stato sociale, il famoso modello europeo che una parte del  mondo ci invidiava ed un&#8217;altra temeva, che appunto aveva trasformato i bisogni in diritti concretamente esigibili.</p>
<p>La manovra economica varata dal governo Berlusconi, su cui si accinge a porre la fiducia in entrambi i rami del parlamento, trascina il paese ancora di più nel fondo della depressione. Solo la vista cortissima di questa Confindustria impedisce di vedere ciò che è chiarissimo a tutti gli analisti economici e quindi la Marcegaglia si dichiara soddisfatta di qualche maquillage apportato dal premier al suo ritorno dalle Americhe del Sud. Ma ciò che nell’immediato favorisce le imprese non serve affatto a rilanciare la domanda interna, la quale dipende dall’effettivo reddito spendibile delle persone e delle famiglie. E sappiamo che invece le retribuzioni dei nostri lavoratori sono agli ultimi posti dell’Europa a 15.</p>
<p>Combattere una depressione non è la stessa cosa che contrastare una crisi. Non si tratta di pensare a qualche accorgimento in economia, ma a un insieme di politiche alternative, in campo economico, sociale e culturale. Anche nell’opposizione bisognerebbe che si avviasse una riflessione al riguardo. Sarebbe assai più importante che dichiarare ogni minuto morto il governo Berlusconi, salvo vederlo risorgere il giorno dopo.  Circola un documento, una lettera di cento economisti, che nel frattempo sono diventati molti di più, <strong>(www.letteradeglieconomisti.it)</strong> che contiene non solo puntuali analisi della attuale crisi economica mondiale, ma soprattutto efficaci ricette per una politica anticiclica. In diversi dibattiti l’ho sentito giustamente lodare.</p>
<p>Peccato che a queste lodi non si sia fatto seguire anche qualche riflessione autocritica su come la maggioranza dell’allora centrosinistra trattò le questioni a partire dalla prima legge finanziaria voluta da Padoa Schioppa. Allora pareva una bestemmia sostenere che la riduzione del deficit e del debito non doveva essere considerata una priorità così soffocante e che invece il problema andava affrontato dal versante di una nuova qualità della crescita. Questa era la tesi di quegli stessi economisti che oggi hanno scritto e che sostengono il documento sopra richiamato. Gli si fosse dato retta quando si aveva il potere di farlo, forse le cose nel nostro paese avrebbero avuto un altro corso e quantomeno la sinistra non si troverebbe oggi di fronte al deficit più grave: quello della propria credibilità.</p>
<p>Alfonso Gianni</p>
<p>questo articolo comparirà sul mensile cartaceo Paneacqua</p>
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		<title>Ci mobilitiamo. Per la verità.</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Jul 2010 15:34:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mobilitazione straordinaria di Sinistra Ecologia Libertà
Calendario
Caserta.
Mafia e silenzi.
Giovedì 1 luglio, Hotel Europa, via Roma 19, ore 17.
Partecipano:
Raffaele Cantone, magistrato;
Pietro di Sarno, coordinatore provinciale di Sinistra Ecologia Libertà;
Gennaro Oliviero, capogruppo regionale PSE-SEL;
Isaia Sales, docente universitario;
Claudio Fava, coordinatore nazionale di Sinistra Ecologia Libertà.

Firenze.
Giustizia e lotta alla mafia: a 18 anni dalle stragi.
Domenica 11 luglio, Circolo Arci dell’Isolotto, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong style="font-size: 120%;">Mobilitazione straordinaria di Sinistra Ecologia Libertà</strong></p>
<p><span style="font-weight: bold; color: #fff; background: #b00; padding: 5px 10px;">Calendario</span></p>
<div style="margin: 35px 0; padding-left: 10px; border-left: 10px solid #ccc;">Caserta.<br />
<strong>Mafia e silenzi.</strong><br />
<em>Giovedì 1 luglio, Hotel Europa, via Roma 19, ore 17.</em></p>
<p><em>Partecipano:</em></p>
<p>Raffaele Cantone, magistrato;<br />
Pietro di Sarno, coordinatore provinciale di Sinistra Ecologia Libertà;<br />
Gennaro Oliviero, capogruppo regionale PSE-SEL;<br />
Isaia Sales, docente universitario;<br />
Claudio Fava, coordinatore nazionale di Sinistra Ecologia Libertà.</p>
</div>
<div style="margin: 35px 0; padding-left: 10px; border-left: 10px solid #ccc;"><span id="more-10975"></span>Firenze.<br />
<strong>Giustizia e lotta alla mafia: a 18 anni dalle stragi.</strong><br />
<em>Domenica 11 luglio, Circolo Arci dell’Isolotto, via Maccari 104, ore 18.</em></p>
<p><em>Partecipano:</em></p>
<p>Piero Grasso, Procuratore nazionale antimafia;<br />
Francesco Forgione, già presidente della Commissione parlamentare antimafia;<br />
Fabio Mussi, presidente del Comitato scientifico di Sinistra Ecologia Libertà.</p>
<p>Coordina Franca Selvatici, giornalista di Repubblica.</p>
</div>
<div style="margin: 35px 0; padding-left: 10px; border-left: 10px solid #ccc;">Ostia antica.<br />
<strong>Lotta alla mafia, priorità della sinistra.<br />
</strong>Presentazione del libro &#8220;Il caso Valarioti&#8221;.<br />
<em>Giovedì 15 luglio, ore 20.30, via Evans angolo via Romagnoli, presso la festa di Sinistra Ecologia Libertà.</em></p>
<p><em>Partecipano:</em></p>
<p>Francesco Forgione, già presidente della Commissione parlamentare antimafia;<br />
Fabio Mussi, presidente del Comitato scientifico di Sinistra Ecologia Libertà;<br />
Danilo Chirico e Alessio Magro, autori del libro;<br />
Fabio Vander, Sinistra Ecologia Libertà del XII Municipio.</p>
<p>Coordina Antonio Lavorato, Sinistra Ecologia Libertà del XIII Municipio.</p>
</div>
<div style="margin: 35px 0; padding-left: 10px; border-left: 10px solid #ccc;">Roma.<br />
<strong>A 18 anni dalle stragi, la lotta alla mafia oggi. </strong><br />
<em>Mercoledì 21 luglio, ore 21, Villa Gordiani, via Prenestina, presso la Festa di Sinistra Ecologia Libertà.</em></p>
<p><em>Partecipano: </em></p>
<p>Giancarlo Caselli, Procuratore Capo della Repubblica di Torino;<br />
Francesco Forgione, già presidente della Commissione parlamentare antimafia;<br />
Nichi Vendola, presidente della Regione Puglia, Portavoce nazionale di Sinistra Ecologia Libertà.</p>
<p>Coordina, Giovanni Bianconi, inviato del Corriere della Sera.</p>
</div>
<div style="margin: 35px 0; padding-left: 10px; border-left: 10px solid #ccc;">Milano.<br />
<strong>Lotta alla mafia, priorità della sinistra.</strong><br />
<em>Venerdì 23 luglio, luogo ancora da definire.</em></p>
<p><em>Partecipano:</em></p>
<p>Armando Spataro, Procuratore aggiunto della Repubblica;<br />
Giuliano Pisapia, avvocato;<br />
Nando Dalla Chiesa, docente di sociologia della criminalità organizzata all’Università Statale di Milano e Presidente onorario di Libera;<br />
Claudio Fava, coordinatore nazionale di Sinistra Ecologia Libertà.</p>
</div>
<div style="margin: 35px 0; padding-left: 10px; border-left: 10px solid #ccc;">Palermo.<br />
Nell&#8217;ambito del convegno organizzato da Antimafia Duemila a cui partecipano tra gli altri<br />
Antonio Ingroia, Marco Travaglio, Nicola Biondo, Gioacchino Genchi, Salvatore Borsellino,<br />
intervento di Claudio Fava.</div>
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		<title>Il sito di SEL listato a lutto aderisce allo sciopero</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Jul 2010 22:01:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La redazione del sito di Sinistra, Ecologia, Libertà  in segno di protesta contro il disegno di legge sulle intercettazioni che pone intollerabili limiti al diritto di cronaca e alla libera circolazione delle notizie lista a lutto il proprio sito e  aderisce allo sciopero generale dell&#8217;informazione proclamato per oggi, venerdì 9 luglio 2010. Gli aggiornamenti riprenderanno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La redazione del sito di Sinistra, Ecologia, Libertà  in segno di protesta contro il disegno di legge sulle intercettazioni che pone intollerabili limiti al diritto di cronaca e alla libera circolazione delle notizie lista a lutto il proprio sito e  aderisce allo sciopero generale dell&#8217;informazione proclamato per oggi, venerdì 9 luglio 2010. Gli aggiornamenti riprenderanno nella giornata di sabato 10 luglio.</p>
<p>Un popup nero con una citazione di Enzo Biagi rivolto ai giovani  giornalisti sulla libertà di stampa, alcuni stralci del discorso di  Mussolini ai direttori dei giornali italiani nel 1928, alcune citazioni  dei gerarchi Federzoni e Ricci durante la discussione parlamentare sulle  leggi speciali del 25: si apre così il sito internet di  Sinistra Ecologia Libertà, in adesione allo sciopero dei giornalisti  promosso dalla Fnsi e dalla mobilitazione di Articolo 21 sulla rete,  contro il Ddl bavaglio sulle intercettazioni. Due modi completamente  diversi, antitetici, ma ancora attuali di intendere il giornalismo, la  libertà di stampa, il rapporto tra potere politico e professione  giornalistica. Il senso più vero e nobile della mobilitazione di questi  giorni a favore della libertàdi informazione dei cittadini sta in quelle  12 parole di Enzo Biagi. “Ai giovani giornalisti dico: raccontate  sempre la verità. Anche se costa molto” (Enzo Biagi, Resto del Carlino,  intervista postuma).</p>
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		<title>Tutti a Bruxelles</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Jul 2010 15:19:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tutti i lavoratori e i cittadini europei stretti  da una cinghia che li soffoca e li imprigiona: è l’immagine dei primi poster, per ora in inglese e in francese, che la Confederazione Europea dei Sindacati, CES, sta già diffondendo per lanciare la giornata di mobilitazione europea del 29 settembre prossimo.
Momenti di lotta previsti in tutti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tutti i lavoratori e i cittadini europei stretti  da una cinghia che li soffoca e li imprigiona: è l’immagine dei primi poster, per ora in inglese e in francese, che la Confederazione Europea dei Sindacati, CES, sta già diffondendo per lanciare la giornata di mobilitazione europea del 29 settembre prossimo.<span id="more-10905"></span></p>
<p>Momenti di lotta previsti in tutti i Paesi e grande appuntamento con manifestazione a Bruxelles. “ No all’austerità “, è scritto a tutto tondo. Contro l’Europa dell’austerità e della precarietà, per l’Europa  del lavoro,della giustizia sociale e della solidarietà.</p>
<p>La condanna dei piani di cosiddetto risanamento, nazionali ma sempre più guidati da Bruxelles, è netta. Le misure portano alla recessione. E si fa proprio lo slogan dei movimenti di questi mesi: la crisi non è la nostra e va pagata dalle banche e non dai lavoratori. La contestazione dell’austerità si lega a quella della precarizzazione del lavoro, della sua deregolamentazione e dell’aumento delle diseguaglianze sociali. Si chiede invece lavoro dignitoso, salari e pensioni decenti, più potere d’acquisto. E poi servizi pubblici, per i quali da tempo, la CES si batte per una direttiva quadro, e si moltiplicano le iniziative come quella di straordinario successo del referendum per l’acqua pubblica in Italia. Quindi, un’altra politica economica.</p>
<p>Tobin tax e lotta alle speculazioni finanziarie. Giustizia fiscale. Una politica industriale a bassa emissione di carbonio e senza dumping. La chiamata alla lotta è quella giusta e al momento giusto. Dà un punto di riferimento ai conflitti aperti ovunque. Significativamente viene assunta come scadenza centrale anche dall’ordine del giorno che ha concluso i lavori del Social Forum Europeo tenutosi a Istanbul in questi giorni. Tutti a Bruxelles, dice il Foro Sociale, per coordinare le lotte.</p>
<p>Proprio i forum sociali sono stati i primi, ormai da anni, ad indicare la necessità di nuovi fronti di lotta globali e di un nuovo orizzonte di società. Chi è stato ad Instambul racconta di un passaggio un po’ in tono ridotto. Sicuramente ridotta la presenza italiana, storicamente invece tra le più significative. Colpa di chi non c’è stato, a partire da chi scrive. Ma la situazione che si sta creando, con la nuova dimensione delle decisioni avocate da Bruxelles, dice che va rapidamente rilanciato il lavoro, perché è quello giusto.</p>
<p>Ormai si sa che si è decisa una stretta decisionista e socialmente reazionaria. Una task force istituzionalizzata, a cui prendono parte Consiglio, cioè governi, Commissione, nominata dai Governi, Banca Europea e Fondo Monetario Internazionale, che decide preventivamente sulle manovre finanziarie degli Stati e secondo la priorità dei tagli.</p>
<p>C’è un problema enorme di democrazia e di contenuti. Occorre che i soggetti sociali e sindacali, i Parlamenti, europeo e nazionali, riprendano voce e impongano democrazia. E che si metta in campo un’alternativa di contenuti. Ancora nella vicenda di Pomigliano vediamo all’opera l’Europa che mette i lavoratori gli uni contro gli altri, ricattandoli.</p>
<p>Per questo occorre una nuova unità del lavoro per  costruire un’altra Europa. E i movimenti  italiani potrebbero pensare di andare a Bruxelles con una propria piattaforma unitaria da costruire in queste settimane.</p>
<p>Roberto Musacchio</p>
<p><a href="http://www.sinistraeliberta.eu/wp-content/themes/sel2010/images/bruxelles.pdf" target="_blank">Scarica la locandina </a></p>
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		<title>Senza scelta</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Jul 2010 11:28:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Grazie alla globalizzazione capitalista &#8211; mi dice un collega universitario &#8211; possiamo scegliere tra  la mela gialla, quella verde e quella rossa, e grazie alla concorrenza e alle economie di scala &#8211; che consentono di abbattere i prezzi &#8211; la pagheremo anche molto meno! In un mercato asfittico, come quello socialista, tutti avrebbero solo la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } -->“<span style="font-family: Bodoni MT,serif;"><span style="font-size: medium;">Grazie alla globalizzazione capitalista &#8211; mi dice un collega universitario &#8211; possiamo scegliere tra  la mela gialla, quella verde e quella rossa, e grazie alla concorrenza e alle economie di scala &#8211; che consentono di abbattere i prezzi &#8211; la pagheremo anche molto meno! In un mercato asfittico, come quello socialista, tutti avrebbero solo la mela gialla e sarebbe anche più costosa”. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Bodoni MT,serif;"><span style="font-size: medium;"><span id="more-10891"></span>Chissà perché questo ragionamento mi è tornato in mente davanti alla foto della mozzarella blu che di recente una nonna di Rivoli ha acquistato in un hard discount.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Bodoni MT,serif;"><span style="font-size: medium;">La signora, in effetti, avrà selezionato tra tanti tipi di mozzarella. Ha scelto quella che costava 66 centesimi, di origine ignota. All’apertura della busta uno strano processo di ossidazione ha trasformato la mozzarella in una palla azzurra. Quella signora, giustamente parsimoniosa ha scartato la superficie più colorata della mozzarella, riuscendo preservarne una parte… e l’ha mangiata. Si è sentita male, ed è scattata la denuncia ai NAS e il successivo sequestro di 70.000 mozzarelle. Rabbrividiamo al pensiero che se quella sofisticazione alimentare avesse prodotto sostanze tossiche sì, ma bianche, nessuno se ne sarebbe accorto.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Bodoni MT,serif;"><span style="font-size: medium;">Quanto costa una mozzarella prodotta in Germania e che al pubblico viene venduta a 66 centesimi? Se togliamo il margine del discount, quello del  produttore, i costi di trasporto transnazionali, quelli di imballaggio e di conservazione, è facile intuire che quella mozzarella ha un costo unitario di pochissimi centesimi. Insufficienti all’acquisto marginale di latte, caglio, sale, all’ammortamento unitario dei macchinari che servono per produrla, all’energia necessaria per conservarla, alla retribuzione marginale dei lavoratori che seguono il processo di produzione, al profitto dell’imprenditore e del distributore. Quindi una o più di queste variabili deve subire un’alterazione.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Bodoni MT,serif;"><span style="font-size: medium;">La signora di Rivoli, dunque, ha potuto confrontare prodotti sani con un prodotto alterato e tossico, ma estremamente conveniente. E forse non ha potuto scegliere. Persino quando l’ha scartato e ha assistito alla trasformazione di quel prodotto, non ha avuto la libertà di scegliere se buttarlo o mangiarlo e  ha optato per la seconda ipotesi. La mancanza di “scelta”, forse, non è una semplice supposizione: questo caso, infatti, è la fotografia più eloquente a margine dei dati relativi alla “spesa per consumi delle famiglie residenti in Italia” appena pubblicati dall’Istat. Secondo il rapporto i consumi delle famiglie italiane sono diminuiti del 1,7% nel 2009. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Bodoni MT,serif;"><span style="font-size: medium;">È la prima volta che accade negli ultimi dieci anni. Una conferma oggi arriva anche dalla Confcommercio, il cui indicatore dei consumi è sceso a maggio dell’1,1 per cento. Ed è proprio la spesa alimentare la locomotiva di questo crollo dei consumi: il 35% delle famiglie italiane ha ridotto la qualità e quantità del cibo acquistato ed è aumentata la percentuale delle famiglie che ricorre all’hard discount per la propria spesa (10.4%). I consumi calano, ma il consumismo viene mantenuto in vita con una sorta di accanimento terapeutico, che si fa gioco della salute dei cittadini e della loro buona fede. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Bodoni MT,serif;"><span style="font-size: medium;">La “libertà di scelta” sembra essere effettiva solo per alcuni, nonostante la varietà dei prodotti, le economie di scala e i processi altamente competitivi. Eppure oggi, secondo i dati Istat, la contrazione della spesa per consumi appare particolarmente evidente anche tra le famiglie con livelli di spesa medio-alti (mentre la spesa delle classi più povere, che già avevano un vincolo di bilancio molto stringente, è rimasta pressoché immutata). </span></span></p>
<p><span style="font-family: Bodoni MT,serif;"><span style="font-size: medium;">Ma ci sono altri casi che l’Istat non intercetta. Come quello della signora ben vestita che stamattina al mercato cercava la frutta migliore. Ma non tra i banchi, negoziando col venditore, bensì dietro, tra le cassette e la frutta destinate al macero, cercando verdure ancora mangiabili e frutta non del tutto marcia. Sforzandosi di non dare nell’occhio, “sceglieva” prima che arrivassero altri, senza chiedersi se quella pesca infilata furtivamente nella busta fosse gialla, bianca o nettarina. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Bodoni MT,serif;"><span style="font-size: medium;">Nicola Cirillo<br />
</span></span></p>
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		<title>Una città muore e nessuno lo sa</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Jul 2010 10:52:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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Le dico che dal 4 aprile dello scorso anno ho lasciato  la mia casa e non vi ho più fatto ritorno. Causa terremoto. Il decoder  [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ieri mi ha telefonato l&#8217;impiegata di una società di recupero crediti,  per conto di Sky. Mi dice che risulto morosa da settembre 2009. Mi  chiede come mai.</p>
<p><span id="more-10865"></span>Le dico che dal 4 aprile dello scorso anno ho lasciato  la mia casa e non vi ho più fatto ritorno. Causa terremoto. Il decoder  giace schiacciato sotto il peso di una parete crollata. Ammutolisce.  Quindi si scusa e mi dice che farà presente quanto le ho detto a chi di  dovere. Poi, premurosa, mi chiede se ora, dopo un anno, è tutto a posto.  Mi dice di amare la mia città, ha avuto la fortuna di visitarla un paio  di anni fa. Ne è rimasta affascinata. Ricorda in particolare una  scalinata in selci che scendeva dal Duomo verso la basilica di  Collemaggio. E mi sale il groppo alla gola. Le dico che abitavo proprio  lì. Ammutolisce di nuovo. Poi mi invita a raccontarle cosa è la mia  città oggi.</p>
<p>Le racconto del centro militarizzato. Le racconto che non  posso andare a casa mia quando voglio. Le racconto che, però, i ladri ci  vanno indisturbati. Le racconto dei palazzi lasciati lì a morire. Le  racconto dei soldi per ricostruire non ci sono e neanche per aiutare noi  a sopravvivere. Le racconto che, dal primo luglio, torneremo a pagare  le tasse ed i contributi, anche se non lavoriamo. Le racconto che  pagheremo l&#8217;Ici ed i mutui sulle case distrutte. E ripartiranno  regolarmente i pagamenti dei prestiti. Anche per chi non ha più nulla.  Che, a luglio, un terremotato con uno stipendio lordo di 2000 euro vedrà  in busta paga 734 euro di retribuzione netta. Che non solo torneremo a  pagare le tasse, ma restituiremo subito tutte quelle non pagate dal 6  aprile.</p>
<p>Che lo stato non versa ai cittadini senza casa che si gestiscono  da soli, ben 27mila, neanche quel piccolo contributo di 200 euro  mensili che dovrebbe aiutarli a pagare un affitto. Che i prezzi degli  affitti sono triplicati. Senza nessun controllo.Che io pago, in un  paesino di cinquecento anime, quanto Bertolaso pagava per un  appartamento in via Giulia, a Roma. La sento respirare pesantemente. Le  parlo dei nuovi quartieri costruiti a prezzi di residenze di lusso e  della vita delle persone che abitano lì. Come in alveari senz&#8217;anima,  senza un giornalaio né un bar. Le racconto degli anziani che sono stati  sradicati dalla loro terra, lontani chilometri e chilometri, dei  professionisti che sono andati via e delle iscrizioni alle scuole  superiori in netto calo.</p>
<p>Le racconto di una città che muore. E lei mi  risponde, con la voce che le trema: «Non è possibile che non si sappia  niente di tutto questo. Non potete restare così. Chiamate i giornalisti  tv. Dovete dirglielo. Chiamate la stampa. Devono scriverlo».</p>
<p>Tina Massimini</p>
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		<title>No alla riduzione dei diritti costituzionali del lavoro</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Jul 2010 14:08:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. Il  lavoro è l&#8217;architrave della nostra Costituzione: il diritto al lavoro, i  diritti sul lavoro, le condizioni materiali della prestazione,la parità  uomo donna nel e col lavoro, il ruolo dei soggetti della  rappresentanza, la libertà delle organizzazioni sindacali, il diritto di  sciopero [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. Il  lavoro è l&#8217;architrave della nostra Costituzione: il diritto al lavoro, i  diritti sul lavoro, le condizioni materiali della prestazione,la parità  uomo donna nel e col lavoro, il ruolo dei soggetti della  rappresentanza, la libertà delle organizzazioni sindacali, il diritto di  sciopero come diritto di libertà individuale  innervano tutta la Carta  Costituzionale.</p>
<p><span id="more-10812"></span>Tali diritti, per la loro natura costituzionale, sono  diritti individuali indisponibili , non negoziabili: l&#8217;intesa su  Pomigliano è per questo illegittima, pericolosa, gravissima. E  ancora:il delicato equilibrio tra libertà d&#8217;impresa e valore sociale  della stessa, che la Costituzione regola in maniera ineccepibile,  verrebbe pesantemente alterato dalle ipotesi governative di riscrittura  dell&#8217;art.41, sancendo, in assoluta controtendenza rispetto alla realtà  attuale, un&#8217; assiomatica coincidenza tra mercato e libertà.</p>
<p>Il  sincronismo tra i due interventi non è casuale e descrive un&#8217;ipotesi di  società nella quale l&#8217;asse centrale si sposta dai diritti degli  individui a quelli del mercato e dell&#8217;impresa. Limitando  l&#8217;indipendenza della magistratura si attacca la Costituzione. Alterando  gli equilibri dei poteri istituzionali si attacca la Costituzione. Comprimendo  la libertà di stampa si attacca la Costituzione. Attaccando e  contraendo i diritti sul lavoro si attacca la Costituzione nel suo  principio fondativo.</p>
<p>Non c&#8217;è futuro per la democrazia e la libertà  nel nostro Paese senza rispetto della dignità del lavoro:mortificare il  lavoro, limitarne i diritti minaccia radicalmente le fondamenta del  vivere collettivo.</p>
<p>I firmatari di questo appello invitano ad una  forte mobilitazione delle coscienze anche su questo fronte decisivo  nella difesa della Costituzione.</p>
<p><strong>Stefano Rodotà,</strong><strong> Maurizio Landini,</strong><strong> Sergio Cofferati, </strong><strong>Gianni Rinaldini, </strong><strong>Fausto  Bertinotti,</strong><strong> Carlo Podda, </strong><strong>Nichi  Vendola, </strong><strong>Giorgio Cremaschi,</strong><strong> Paolo  Nerozzi, </strong><strong>Mimmo Moccia,</strong><strong> Vincenzo Vita, </strong><strong>Carlo  Baldini, </strong><strong>Titti Di Salvo,</strong><strong> Nicoletta  Rocchi, </strong><strong>Marigia Maulucci</strong>.</p>
<p><a href="http://www.lacgilchevogliamo.it/cms/contatta-la-redazione">per aderire all&#8217;appello </a></p>
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		<title>Salviamo gli eritrei di Brak</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Jul 2010 11:43:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A Brak, nel sud della Libia, 245 rifugiati eritrei stanno morendo di stenti e torture in un lager. Fuggiti dall’Eritrea, in cui oramai il regime è militarizzato e ogni forma di libertà è stata pressoché soppressa, e respinti dal Canale di Sicilia in Libia proprio dalle forze italiane nel 2009, (a seguito dell’accordo fra il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } -->A Brak, nel sud della Libia, 245 rifugiati eritrei stanno morendo di stenti e torture in un lager. Fuggiti dall’Eritrea, in cui oramai il regime è militarizzato e ogni forma di libertà è stata pressoché soppressa, e respinti dal Canale di Sicilia in Libia proprio dalle forze italiane nel 2009, (a seguito dell’accordo fra il nostro governo e quello del dittatore libico Ghedaffi), oggi rischiano la vita, sia che restino nel lager libico, sia che vengano rispediti in Eritrea.</p>
<p><span id="more-10789"></span>Questo è il comunicato che ieri alle 12 è stato diffuso da don Mussie Zerai, presidente dell&#8217;associazione Habesha di Roma, che da anni si batte per al liberazione dell’Eritrea: “<em>La situazione va peggiorando, dal punto di vista della salute, da questa notte la metà della popolazione dei rifugiati detenuti a Brak – Sebah, stanno male hanno la diarrea, sospettano che sia l’acqua sporca, e gli utensili anche essi sporchi costretti ad usare, non ci sono detersivi o altro detergente per mantenere lìigiene della popolazione nel carcere di Brak. </em></p>
<p><em>Dal punto di vista dei trattamenti non è cambiato nulla, le percosse continuano, le due persone prelevate l’altro ieri mattina alle 11.00 ora locale (perché avevano protestato NdR), non sono più tornate, questo aumenta la preoccupazione, si teme il peggio, dato che il capo della sicurezza del carcere di Brak, gli ha comunicato il 2 luglio sera, che in Libia, paese libero, non è consentito fare dimostrazioni, per cui loro hanno violato la legge dello Stato e potrebbero rischiare la pena di morte. </em></p>
<p><em>Nel caso vengano deportati verso il paese di origine, dovevano considerarlo come una grazia ricevuta dal Rais. I profughi ora temono di più per la loro sopravvivenza, ancor prima della deportazione. Le persone continuano a star male senza ricevere cure mediche. Condizioni di detenzione insopportabile, per il clima, spazi stretti, maltrattamenti, poco cibo e poca acqua. Umiliazione totale, persone lasciate completamente prive di indumenti, condizioni degradanti della dignità umana, come nei lager dei nazi-fascisti e gulag Sovietici</em>.”</p>
<p>Gli eritrei di Brak chiedono solo <em>&#8221;di essere accolti da un Paese democratico in grado di rispettare il diritto dei richiedenti asilo politico e rifugiati&#8221;</em>. È triste ammettere che l’Italia non rispetta più questi requisiti: l’accordo che il nostro governo ha firmato con Gheddafi consente il respingimento di molti che avrebbero diritto allo status di profugo o di rifugiato politico.</p>
<p>Facciamo nostro l’appello dell’associazione Habesha, chiediamo al Governo italiano di adoperarsi per salvare queste vite umane e per evitare il ripetersi di casi come questo.</p>
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		<title>A chi da&#8217; fastidio Piazza Navona?</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Jul 2010 12:37:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Vale la pena di domandarsi a chi ha dato veramente fastidio l’evidente successo, più di pubblico che di critica, della manifestazione anti-bavaglio dell’altro ieri a piazza Navona?  Certamente ha irritato non poco Berlusconi e i suoi tanti compagni di merende. Ma non solo.
Anche questo giornale è tra coloro che non l’ha mandata giù bene. D’altro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Vale la pena di domandarsi a chi ha dato veramente fastidio l’evidente successo, più di pubblico che di critica, della manifestazione anti-bavaglio dell’altro ieri a piazza Navona?  Certamente ha irritato non poco Berlusconi e i suoi tanti compagni di merende. Ma non solo.<span id="more-10741"></span></p>
<p>Anche questo giornale è tra coloro che non l’ha mandata giù bene. D’altro canto l’articolo di Piero Sansonetti di qualche giorno fa era stato fin troppo esplicito. Ma la posizione del mio amico Piero non è una novità: tutto dipende da una tesi di fondo, sbagliata,  per cui Carlo Debenedetti sarebbe il vero Dart Fener della politica italiana e quindi tutto ciò che lui sfiora va combattuto.</p>
<p>Più sorprendente, almeno per la mia ingenuità, sono stati i commenti del giorno dopo dove il giudizio politico sulla manifestazione veniva circoscritto alla facile ironia attorno alla presenza della D’Addario sotto il palco. In effetti non vi erano barriere né servizi d’ordine, chiunque ne avrebbe potuto approfittare. Ma possibile che la novella scrittrice abbia veramente rubato la scena ai vari protagonisti che hanno popolato il palco e dintorni, da Rodotà a Saviano, dalla lavoratrice del call center Eutelia al cassintegrato della clamorosa protesta dell’Asinara, dai dirigenti sindacali della Fiom a quelli dei poliziotti, per non parlare di uno stuolo di rappresentanti del variopinto associazionismo?</p>
<p>Non è possibile per chi ha partecipato e visto, lo è per chi lo vuole fare credere per svilire il significato della manifestazione. Si è scritto che questa è stato un contenitore di cose diverse. Sì, ma questo è un bene, se tutte queste cose, come in effetti è stato, vanno tutte in un’unica direzione: la difesa integrale della nostra Costituzione e la costruzione di una seria opposizione a Berlusconi. Né piazza Navona pensava di potere esaurire questi temi tutta da sola.</p>
<p>Ma non ha senso contrapporre ad essa una manifestazione in difesa del posto di lavoro o per la pace, quando queste possono benissimo integrarsi, come dimostrava la stessa composizione fisica e sociale della folla dell’altro ieri. Si dice che la libertà di informazione non è il problema principale in questo paese. No, in effetti non lo è, ve ne sono altri più immediati e soverchianti. Ma lo può diventare nell’attimo stesso in cui tale libertà dovesse sparire del tutto e quindi non si potrebbe più parlare di quegli altri più importanti problemi. Perciò bisogna muoversi adesso, finché si è ancora in tempo e non confidare che il ddl Alfano venga sconfitto dal generale Agosto.</p>
<p>Si è detto che la questione della regolamentazione delle intercettazioni riguarda la difesa di diritti fondamentali dell’uomo, tanto più importanti quando chi è colpito è in una posizione di debolezza. Un tema per la sinistra quindi.  Vero, prova ne sia che, come ha detto Rodotà più volte, se l’attuale legge venisse ridotta a un semplice articolo che vieta la pubblicazione di ciò che non ha rilevanza e attinenza e che disponesse addirittura la distruzione di tali intercettazioni con le dovute garanzie, non vi sarebbe alcun ostacolo, né nelle aule né nelle piazze, al varo di una simile norma.</p>
<p>In altri paesi la privacy viene difesa senza impedire la prevenzione e la repressione dei crimini o calpestare la libertà di stampa.  Se non viene fatto è perché l’obiettivo di Berlusconi non è la difesa della privacy, ma l’occultamento e il rovesciamento della verità. La stella del premier è in fase calante, ma questa è assai lunga. Del resto è anche possibile la sopravvivenza di un berlusconismo senza Berlusconi  e i colpi di coda come si sa sono i più pericolosi. Siamo ormai un paese nel quale la condanna di Dell’Utri per un reato infamante viene presentato dal principale telegiornale come un’assoluzione. Se non ci fossero le intercettazioni non si sarebbe potuti neppure giungere alla condanna. Così Berlusconi non avrebbe bisogno di capovolgere la verità. Già, ma non sarei per semplificargli la vita.</p>
<p>Alfonso Gianni</p>
<p><em>(questo articolo era stato inviato al Riformista che però, senza spiegazione alcuna e malgrado le intese telefeoniche, ha deciso evidentemente di non pubblicarlo)<strong></strong></em></p>
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		<title>1 luglio: mobilitazione contro la legge bavaglio in Piazza Navona (Roma) dalle 17 alle 21</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Jun 2010 13:46:32 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[E’ una delle decisioni prese dalla Fnsi e dal cartello di associazioni che si è riunito nella sede del sindacato dei giornalisti: molte già attive nell’organizzare l’appuntamento del 3 ottobre scorso, insieme ad altre che in questi mesi hanno promosso nuove mobilitazioni contro la logica della censura. 
Le manifestazioni del primo luglio avranno come filo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E’ una delle decisioni prese dalla Fnsi e dal cartello di associazioni che si è riunito nella sede del sindacato dei giornalisti: molte già attive nell’organizzare l’appuntamento del 3 ottobre scorso, insieme ad altre che in questi mesi hanno promosso nuove mobilitazioni contro la logica della censura. <span id="more-10663"></span></p>
<p>Le manifestazioni del primo luglio avranno come filo conduttore la denuncia di ‘tagli e bavagli’: gli interventi del governo per censurare il diritto di cronaca col ddl intercettazioni e per punire la cultura italiana con la restrizione dei fondi per musica, cinema, teatro, danza; il rischio di sparizione di giornali ed emittenti colpiti dalla drastica e indiscriminata riduzione del finanziamento pubblico; il concreto pericolo che drammatiche vicende come quelle di Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi possano in futuro rimanere a lungo ignote all’opinione pubblica; la perdurante difficoltà del mondo del lavoro ad ottenere l’attenzione dei media e a veder rappresentati gli effetti della crisi.<br />
Nel calendario discusso da Fnsi e associazioni molto rilievo ha avuto anche l’iniziativa a livello europeo. E’ stata confermata la decisione di presentare, qualora il ddl Alfano fosse approvato, un esposto alla Corte per i diritti umani di Strasburgo, con la firma delle diverse organizzazioni e con il sostegno dei cittadini che vorranno sottoscriverlo sui siti delle varie associazioni. A questo atto potrebbe far seguito l’avvio di una campagna europea per una legge di iniziativa popolare – secondo la procedura prevista dal Trattato di Lisbona – a difesa dell’autonomia dell’informazione. Le associazioni torneranno a riunirsi nei prossimi giorni, per definire l’organizzazione della manifestazione romana. Già è prevista intanto, per la stessa data del primo luglio, una ‘notte bianca’ della Fnsi, dell’Associazione di Stampa dell’Emilia-Romagna, dell’Anpi e dell’amministrazione cittadina a Conselice, il comune del Ravennate dove c’è l’unico monumento italiano alla libertà di stampa”.</p>
<p><strong>Appuntamento alle ore 17 in Piazza Navona. Portate le bandiere di Sinistra Ecologia Libertà!</strong></p>
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		<title>Il Consiglio d’Europa boccia la legge bavaglio</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Jun 2010 13:31:46 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Mentre in Italia, a stretto giro di ruota dalla condanna per fatti di  mafia di Marcello Dell’Utri,  le polemiche sulla legge  bavaglio riprendono furiosamente quota, dall’estero arriva la terza  bocciatura al disegno di legge sulle intercettazioni . Dopo quella del Dipartimento  di giustizia americano, e quella dell’Ocse, è  il Greco [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mentre in Italia, a stretto giro di ruota dalla condanna per fatti di  mafia di <strong>Marcello Dell’Utri</strong>,  le polemiche sulla legge  bavaglio riprendono furiosamente quota, dall’estero arriva la terza  bocciatura al disegno di legge sulle intercettazioni . Dopo quella del <strong>Dipartimento  di giustizia americano</strong>, e quella dell’<strong>Ocse, </strong>è  il <strong>Greco </strong>(Gruppo di Stati contro la corruzione) a  prendere posizione. “Questa legge potrà creare gravi difficoltà alla  lotta alla criminalità organizzata”, dice in un’intervista esclusiva a <em>ilfattoquotidiano.it</em>,  <strong>Drago Kos</strong>, ex dirigente della polizia slovena, detto  lo zar della guerra alle tangenti, dal 2002 Presidente di questo  importante organo interno al <strong>Consiglio d’Europa</strong>, che ha  il compito di sorvegliare le politiche nella lotta alla corruzione e  identificare le lacune nelle norme, indicando i provvedimenti da  prendere.<span id="more-10660"></span></p>
<p>Il Greco comprende 46 paesi membri (45 Stati europei e  gli Stati Uniti d’America). L’Italia ha aderito il 30 giugno 2007. E’  la seconda volta che il Greco esprime preoccupazione per una legge  approvata in questa legislatura. L’allarme era già scattato per la prima  versione del Lodo Alfano. Quella voluta da Silvio Berlusconi e  riguardante la sospensione dei processi per le più alte cariche dello  Stato.  Allora l’organizzazione internazionale aveva espresso il timore  che la norma mettesse i bastoni tra le ruote alla lotta alla corruzione e  violasse un principio elementare: quello di uguaglianza. Un timore  fondato, tanto che il 7 ottobre 2009 la  Corte Costituzionale lo ha  bocciato.<br />
<strong>Signor Kos, qual è la situazione europea della  lotta alla corruzione?</strong><br />
La lotta alla corruzione in Europa  va a due velocità: da un parte le nuove democrazie che necessitano di  norme specifiche e di un controllo sulla realizzazione delle pratiche  anti corruzione, dall’altra parte le vecchie democrazie che si trovano a  un livello migliore, tranne Spagna, Italia e Grecia. Negli ultimi anni  la situazione della corruzione in Europa si è aggravata invece di  migliorare. Molti Stati combattevano la corruzione solo per soddisfare  le richieste europee e non per produrre un cambiamento interno anche di  tipo sociale, inoltre la crisi è un terreno ideale per l’aumento della  corruzione perché aumenta il livello di pressione sull’economia</p>
<p><strong>E  l’Italia a che punto è nella lotta alla corruzione?</strong><br />
La  situazione da voi è molto particolare, primo perché il livello di  corruzione e criminalità è molto alto, secondo perché la classe politica  non vuole riconoscere la gravità del problema e terzo perché sempre la  classe politica invece di incrementare la lotta alla corruzione, per  ragioni personali, approva norme che la ostacolano.</p>
<p><strong>Come  il Lodo Alfano che voi avevate bocciato nella vostra ultima relazione?</strong><br />
La Corte ha fatto bene a dichiararlo incostituzionale e questa è  semplicemente la prova che il tra i poteri dello Stato il ramo  giudiziario è sano</p>
<p><strong>E ora a che cosa si riferisce?</strong></p>
<p>L’Italia oggi deve affrontare un’altra minaccia: la legge che ostacola  le intercettazioni e le limita a una durata di 75 giorni e punisce i  giornalisti che pubblicano le intercettazioni. Non si può seriamente  combattere la corruzione né il crimine organizzato se il provvedimento  che autorizza le intercettazioni può durare solo 75 giorni. In secondo  luogo, la minaccia ai media di una sanzione in caso di pubblicazione  delle intercettazioni non può essere una soluzione. Io non sono  d’accordo con la pubblicazione dei verbali. Questa, però, è una  responsabilità dei magistrati che devono evitare fughe di notizie. E’  chiaro. Qualsiasi giornalista al mondo, se riuscisse ad averle,  scriverebbe le intercettazioni che si pubblicano da voi.</p>
<p><strong>Nel  nostro paese corruzione e mafia sono spesso sinonimi…</strong><br />
Proprio per questo la nuova legge potrà creare gravi difficoltà nella  lotta alle mafie. Ufficialmente non è applicabile alle indagini sulla  criminalità organizzata, ma non si può mai sapere quando si iniziano  delle indagini se queste porteranno a casi che riguardano i clan.</p>
<p><strong>Quindi condivide la posizione del Consiglio Superiore della  Magistratura e dell’Associazione Nazionale Magistrati?</strong></p>
<p>Questo è quello che ci suggerisce la nostra esperienza: quando iniziano  le investigazioni non si sa mai dove porteranno. Con il nuovo ddl si  parte, invece, dal presupposto che potrai lavorare solo 75 giorni. E in  75 giorni spesso non è possibile nemmeno formulare una ipotesi  d’imputazione. Mi spiace dirlo, ma saranno tempi duri per il sistema  giudiziario italiano.<strong></strong></p>
<p><strong>Ritiene che la  legge sulle intercettazioni sia in contrasto con i principi del Greco?  Ritiene che sia in contrasto con principi costituzionali?</strong><br />
La legge è certamente in contrasto con i principi di Greco. Non posso  esprimere giudizi specifici sulla costituzionalità di una legge nel  vostro ordinamento, ma si deve tenere conto di questo: ci sono principi  fondamentali da bilanciare che sono diritti umani e quindi validi per  tutti.  Da un lato il diritto alla privacy, dall’altro lato il diritto  fondamentale dei cittadini italiani a vivere in una realtà sicura e  informati. Questi principi vanno bilanciati. Non si può proteggere un  diritto fondamentale in modo tale da violare un altro diritto  fondamentale a volte anche più importante, come la libertà di cronaca e  di espressione. Sono certo che se la legge dovesse passare qualcuno in  Italia solleverà questione di costituzionalità e i vostri giudici  costituzionali avranno un compito molto duro da affrontare.</p>
<p>Chiara Avesani</p>
<p>Fonte: il fatto quotidiano</p>
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		<title>7 anni per Marcello Dell&#8217;Utri</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Jun 2010 08:02:39 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Che piaccia o meno ai difensori di Marcello Dell’Utri, la sentenza che lo condanna in appello a sette anni di reclusione  ci dice anzitutto una cosa: il partito di Silvio Berlusconi è stato fondato da un amico dei mafiosi. Quanto a lungo sia durata questa amicizia, e se essa duri ancora, è dettaglio che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } -->Che piaccia o meno ai difensori di Marcello Dell’Utri, la sentenza che lo condanna in appello a sette anni di reclusione  ci dice anzitutto una cosa: il partito di Silvio Berlusconi è stato fondato da un amico dei mafiosi. Quanto a lungo sia durata questa amicizia, e se essa duri ancora, è dettaglio che non ci riguarda e che non ci sottrae da un obbligo di verità: riscrivere la storia e la cronaca di questo paese.</p>
<p><span id="more-10614"></span>La storia non sta in una sentenza, ma nello sguardo, limpido e responsabile, con cui si leggono i fatti che quella sentenza certifica. E il fatto che ci consegnano i giudici di Palermo, per la seconda volta, è che l’uomo di  punta di Publitalia, il principale ispiratore dell’avventura politica del Cavaliere, era persona di fiducia al tempo stesso dei Corleonesi e di Berlusconi. Fino al ’92, chiosa adesso la difesa, come se i vincoli di solidarietà mafiosa si costruissero e si sciogliessero alla mezzanotte d’un 31 dicembre. L’amicizia con i capi di Cosa Nostra è per definizione una virtù solida e duratura. Dell’Utri lo sa bene, e in un eccesso di generosità lo ha confermato ieri in conferenza stampa: Mangano, il boss mafioso palermitano, resta un suo eroe civile.</p>
<p>C’è più verità in quest’affermazione che in qualsiasi nostro commento. Consapevolmente o meno, è lui stesso, il senatore, a confermarci che in questi ultimi quindici anni non un solo atto politico dei governi presieduti da Berlusconi, non una sola dichiarazione del premier o del suo braccio destro Dell’Utri, non un loro gesto, una parola, una denunzia sono serviti a contrastare la mafia. Al contrario: se questa storia avremo cura e onestà di riscriverla davvero, scopriremo un florilegio di atti di governo che hanno garantito l’impunità di Cosa Nostra smantellando sistematicamente tutti gli strumenti d’indagine e di verità della magistratura. Se poi qualcuno ritiene che la notizia oggi non sia la condanna ma i due anni di sconto di pena rispetto al primo grado, siamo di fronte alla parodia della giustizia. Come i cannoli di Totò Cuffaro che festeggiava cinque anni di galera per un favoreggiamento mafioso semplice e non aggravato.</p>
<p>Va riscritta la storia non per bonificarla di ciò che non ci piace ma per comprenderne ogni verità. E va riscritta la cronaca, questo tempo slabbrato e impunito in cui “innovare” in politica significa cercare le proprie personali convenienze. In un telegiornale di qualche settimana fa la telecamera inquadrava Gianfranco Miccichè e Marcello Dell’Utri sul portone di Palazzo Grazioli: erano andati a spiegare a Berlusconi le ragioni del patto siciliano che li ha portati a governare assieme a Lombardo e al Partito Democratico. Eppure in quel partito, il PD, c’è un’antica consuetudine di lotta alla mafia, intensa e responsabile, trascorsa anche attraverso il sacrificio di uomini come Pio La Torre e Piersanti Mattarella. Anche in nome di questa storia andrebbe raddrizzata la cronaca: e quel partito dovrebbe sottrarsi immediatamente al vizio di masticare lo stesso pane e di praticare la stessa politica con Dell’Utri, Miccichè e Lombardo.</p>
<p>Forse non è un caso che in un solo pomeriggio si siano raccolte due vicende così umilianti per la Sicilia: la condanna di Dell’Utri e i dieci anni di galera chiesti dalla pubblica accusa per l’ex governatore Totò Cuffaro. Se c’è un momento in cui un popolo si trova nudo davanti a sé stresso e alla propria storia, quel momento per la Sicilia è adesso: da dieci anni è solo una storia giudiziaria, computata nelle camere di consiglio dei tribunali, una storia di processi, sentenze, condanne, di sguardi storti, verità rabberciate, messaggi obliqui… Tocca ai siciliani, se ne hanno ancora la forza e la volontà, immaginare un tempo nuovo in cui non saranno più le facce di Dell’Utri, Lombardo e Cuffaro a raccontare la loro terra.</p>
<p>Claudio Fava</p>
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		<title>Rina Gagliardi: militante, grande giornalista, raffinata intellettuale.</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Jun 2010 15:18:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La morte di Rina Gagliardi ci strappa un pezzo della nostra vita. Rina e&#8217; stata unica ed insieme una dei nostri. Abbiamo camminato insieme per la vita della politica, per la liberazione dell&#8217;umanità dal capitalismo. Il suo contributo come militante, come grande giornalista, come raffinata intellettuale ci ha arricchiti. E&#8217; una perdita grave non solo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La morte di Rina Gagliardi ci strappa un pezzo della nostra vita. Rina e&#8217; stata unica ed insieme una dei nostri. Abbiamo camminato insieme per la vita della politica, per la liberazione dell&#8217;umanità dal capitalismo. Il suo contributo come militante, come grande giornalista, come raffinata intellettuale ci ha arricchiti. E&#8217; una perdita grave non solo per noi ma per il paese, per la politica.<br />
Vorremmo tanto che una ragazza, in questi tempi grigi ed un po&#8217; disperati, ricevesse in dono lo spirito che ha animato la vita di Rina per scoprire quanto possano essere preziose la passione politica e l&#8217;impegno per l&#8217;umanità, perché il seme possa germogliare ancora. A noi Rina mancherà tantissimo.</p>
<p>Fausto Bertinotti</p>
<p>L&#8217;appuntamento per la commemorazione di Rina è per oggi 28 giugno alle ore 16.30 alla Sala della Chiesa Valdese in Piazza Cavour a Roma</p>
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		<title>Adesione di Sel allo sciopero del 25 Giugno</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Jun 2010 16:16:04 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Lo sciopero generale proclamato dalla sola Cgil per il 25 Giugno è carico di molti significati.
E’ innanzitutto uno sciopero contro la politica economica del Governo e la sua manovra finanziaria che fa pagare il prezzo della crisi a chi già la subisce pesantemente( i lavoratori e i pensionati), taglia le risorse alla sanità, ai servizi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Lo sciopero generale proclamato dalla sola Cgil per il 25 Giugno è carico di molti significati.</p>
<p>E’ innanzitutto uno sciopero contro la politica economica del Governo e la sua manovra finanziaria che fa pagare il prezzo della crisi a chi già la subisce pesantemente( i lavoratori e i pensionati), taglia le risorse alla sanità, ai servizi sociali, alla scuola, alla cultura, alle Regioni e agli Enti locali, elimina gli incentivi per l’uso delle energie rinnovabili senza toccare i grandi patrimoni o tassare le transazioni finanziarie.<span id="more-10507"></span></p>
<p>In altre parole si tratta di una manovra che renderà più povera la nostra vita, che aumenterà le disuguaglianze e non avvierà nessuna politica di uscita da questo modello di sviluppo che ha prodotto la più grave crisi economica degli ultimi anni. L’unico effetto della manovra sarà quello di aumentare la privatizzazione dell’economia e di ridurre il controllo pubblico</p>
<p>sulle attività imprenditoriali e l’uso dei beni comuni.</p>
<p>Dopo la vicenda di Pomigliano sarà anche uno sciopero per difendere la dignità del lavoro e i diritti di lavoratrici e lavoratori.</p>
<p>SEL è convinta che per uscire dalla crisi bisogna ridare valore al lavoro, creare opportunità di buona occupazione, mettere al centro delle scelte economiche il benessere delle persone e la salute del nostro pianeta, ridistribuire le risorse secondo il principio dell’uguaglianza e della giustizia sociale.</p>
<p>La piattaforma rivendicativa della Cgil va in questa direzione, perciò noi aderiamo allo sciopero proclamato per il 25 e saremo nelle piazze con le nostre bandiere.</p>
<p>Segreteria Nazionale SEL</p>
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		<title>Prestigiacomo stregata dal nucleare dimentica l’Europa</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Jun 2010 11:07:00 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[In visita alla centrale nucleare di Flamanville, il ministro dell’Ambiente  si è cimentata in una difesa d’ufficio delle meraviglie dell’atomo e ha  lanciato un appello all’opposizione a riconsiderare la sua contrarietà nei confronti  del programma nucleare del governo. Sarebbe forse più appropriato rivolgere  le sue attenzioni ai presidenti di regione, colleghi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In visita alla centrale nucleare di Flamanville, il ministro dell’Ambiente  si è cimentata in una difesa d’ufficio delle meraviglie dell’atomo e ha  lanciato un appello all’opposizione a riconsiderare la sua contrarietà nei confronti  del programma nucleare del governo. Sarebbe forse più appropriato rivolgere  le sue attenzioni ai presidenti di regione, colleghi di partito o alleati della maggioranza che, a più riprese, hanno dichiarato la loro indisponibilità  ad ospitare siti nucleari sul territorio della propria regione.<span id="more-10492"></span></p>
<p>Ma vorrei rispondere al ministro ricordandole che si occupa di ambiente e  non di sviluppo industriale e che una maggiore dinamicità nell’ambito delle sue competenze potrebbe risolvere i problemi energetici del paese assai più  delle centrali nucleari a cui si dedica con tanta passione.</p>
<p>Vado al punto che riguarda l’applicazione della direttiva energia-clima  approvata dall’Unione Europea alla fine del 2008. Secondo la direttiva europea,  ogni paese &#8211; quindi anche l’Italia &#8211; dovrà ridurre le emissioni di gas serra  del 20%, attraverso una maggiore efficienza energetica (+ 20%) ed un aumento  della quota di energie rinnovabili (+20%). Tutto questo entro il 2020, pena sanzioni  per i paesi inadempienti.</p>
<p>La ministra, cosi dinamica sul tema nucleare, non ha ancora messo in piedi  un piano per raggiungere questi obiettivi obbligatori e anzi ha contestato a  più riprese le cifre fornite dalla Commissione ed condivise da tutti i  paesi, compreso il nostro. Il risultato è che stime autorevoli dicono che  l’Italia non sarà in grado di raggiungere le quote richieste dall’Europa entro il  2020 e forse non ci riuscirà nemmeno nel 2032.</p>
<p>Eppure il primo obiettivo di aumentare l’efficienza è alla portata del nostro  paese e anzi il sistema produttivo italiano ha dato eccellenti esempi della sua capacità di contenere i consumi energetici (il successo della FIAT in  America è anche legato all’efficienza dei suoi veicoli).</p>
<p>Ci sarebbe bisogno di politiche per incentivare l’efficienza e la riduzione  dei consumi finali, per favorire occupazione di qualità e per diminuire  l’uso dei combustibile fossile. Le stime dell’ENEA (ente pubblico di ricerca) per  il settore dell’elettricità parlano di circa 75 miliardi di KWh/anno  risparmiati, da subito.  Si tratta dell’energia elettrica che dovrebbero produrre &#8211; non prima del 2020 &#8211; le quattro centrali che  il governo Berlusconi intende realizzare.</p>
<p>Allora la domanda alla Prestigiacomo è d’obbligo. A chi conviene il nucleare?  Certamente non all’Italia. La scelta nucleare, una scelta tutta ideologica,  corrisponde all’interesse di poche grandi imprese e rischia di allontanarci  dall’Europa e di far pagare al paese un costo altissimo, in termini ambientali,  economici e di crescita sociale.</p>
<p>Umberto Guidoni</p>
<p><em>Resp. Università, Ricerca e Innovazione</em></p>
<p>Fonte: l&#8217;Unità<em><br />
</em></p>
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		<title>Gay Pride</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Jun 2010 11:01:19 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ci sono occasioni in cui il tema della libertà si presenta pubblicamente in tutta la sua radicale autenticità umana e mette in mostra il legame profondo che ha con la vita, con i faticosi, spesso, ma  talvolta entusiasmanti passi della nostra esistenza. Entusiasmanti sono sicuramente quelli che ci danno l’opportunità di essere responsabile di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --><span style="font-size: medium;">Ci sono occasioni in cui il tema della libertà si presenta pubblicamente in tutta la sua radicale autenticità umana e mette in mostra il legame profondo che ha con la vita, con i faticosi, spesso, ma  talvolta entusiasmanti passi della nostra esistenza. <span id="more-10494"></span>Entusiasmanti sono sicuramente quelli che ci danno l’opportunità di essere responsabile di noi, delle nostre relazioni, dei nostri affetti e amori. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Il Gay Pride è una di queste preziose occasioni pubbliche: salutare messa in scena di libertà di donne e uomini, prima ancora che richiesta di nuovi diritti per uomini e donne. Perché senza la libertà di  pensarci, di diventare soggetti, a partire dalla concreta esperienza della nostra vita, i diritti semplicemente non sarebbero né pensati né pensabili in quanto tali – al più, servili lamentele per ottenere avare elemosine padronali – e di conseguenza non sarebbero organizzabili in una carta di rivendicazioni e in una pratica di azione politica. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Quell’azione cioè che, nel suo farsi, muta sempre, in qualche misura, le cose. Come è stato in questi anni: rivendicazioni e pratiche di associazioni gay e lesbiche e transessuali e movimenti  hanno creato un nuovo senso delle cose nella società, orientando il dibattito pubblico sulla stampa e nelle aule parlamentari su temi fondamentali, quello delle convivenze tra persone dello stesso sesso in modo particolare ma non solo quello, e accendendo passioni, alimentando conflitti, mettendo alla prova partiti e istituzioni. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">La libertà di riconoscersi nella pienezza della propria umanità e, in ragione di ciò, del diritto integrale alla propria cittadinanza: il cambio di passo è stato questo, che ha respinto e rovesciato nel suo contrario – in orgoglio, appunto &#8211; lo stigma negativo nel quale costruzioni sociali secolari, pensiero dominante, bigotto conformismo culturale e opportunismi politici  hanno sempre imprigionato e umiliato la differenza e le “differenze”. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">L’Italia è da sempre maestra in tutto ciò, per antica insipienza civile e prolungato servilismo nei confronti delle gerarchie vaticane. Donne, neri omosessuali, migranti e via discorrendo. Consiste soprattutto in questa liberazione simbolica dalla condizione di subalternità lo scarto che la messa in scena del Pride ha operato e continua a evocare. Ed è  uno scarto forte di civiltà, che riguarda tutti, che parla a tutti, e va integralmente recuperato, soprattutto in un’epoca come quella che viviamo, di caduta verticale della libertà e delle libertà e della riduzione di tutto al panem et circenses della televisiva e plastificata estetica di regime. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Se c’è una colpa da attribuire alla sinistra, tra le tante che ha, è proprio quella di non aver mai voluto fare i conti seriamente con il rapporto radicale che intercorre tra la responsabilità di ognuno rispetto alla propria esistenza e alle proprie scelte di vita, e la pienezza della cittadinanza; tra l’habeas corpus che riguarda concretamente il tuo corpo e l’habeas corpus che la legge ha smaterializzato nella norma. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Come è stato in questi anni: rivendicazioni e pratiche messe in atto da associazioni gay, lesbiche transessuali e movimenti  hanno creato un nuovo senso delle cose nella società, su temi fondamentali. Diritto al riconoscimento della convivenza, matrimonio “omo”, diritti patrimoniali e quant’altro. Da dove trae legittimità la norma? Chi è depositario del diritto a stabilire ciò che è giusto e ciò che non è conforme al giusto? Ma, dalla parte di quella che oggi è opposizione ma ieri era anche governo, latitanze, inadeguatezze, cedevolezze di ogni tipo sono prevalse. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Abbiamo tutto appena alle spalle mentre tutto oggi si moltiplica all’ennesima potenza. Da parte della maggioranza, per quel che la riguarda e che fa, e dell’opposizione, per quel che dovrebbe riguardarla e non fa. Lo storico ritardo di cui soffre l’Italia in materia di diritti civili e la scarsa coscienza pubblica che da sempre si registra su questo essenziale aspetto della cittadinanza, fanno oggi da cornice al clima di pesante regressione culturale instaurato dalle destre nel nostro Paese. Omofobia? Dichiarata. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Caccia al “diverso”? Caccia. Diciamolo con franchezza, senza eufemismi né attenuazioni o scusanti. Lo scacco e il silenzio di oggi sui diritti civili si iscrive nel clima di vera e propria emergenza democratica che viviamo. E c’è quella che va nominata come  caccia alle streghe contro la Costituzione repubblicana: ormai una strega da mandare al rogo, perché non dà sonno ai cultori della nuova Italia che avanza, è il loro incubo. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Loro sognano l’Italia che stanno cercando di “fare”: decostituzionalizzata, plebiscitaria, illiberale, imbavagliata. Tutti col bavaglio, soprattutto quelli che si sentono ancora cittadini di questo Paese, come gli operai di Pomigliano che hanno liberamente votato, secondo quello che fa parte della propria vita, della propria esperienza, del senso di sé e delle proprie relazioni. Cittadini, appunto.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Se il senso profondo della libertà è in gioco, come è in gioco oggi in Italia, ogni occasione di manifestazione di libertà deve diventare un’occasione di esercizio di libertà, partecipazione, solidarietà, costruzione di relazioni e rapporti. Perché la politica ritrovi una strada degna di essere tale: quella della libertà, del diritto e dei diritti, della Costituzione.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Gay Pride oggi anche questo? Soprattutto questo. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Elettra Deiana<br />
</span></p>
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		<title>Lo strappo di Pomigliano</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Jun 2010 14:02:39 +0000</pubDate>
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Il voto di Pomigliano d’Arco, con tutto il  suo carico di tensioni , speranze e purtroppo divisioni tra i  lavoratori, non è la conclusione contrastata di un percorso. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La saturazione degli impianti, i 18 turni, la compressione dei  diritti per recuperare produttività è il modello che Fiat applicherà  in tutte le fabbriche.</p>
<p>Il voto di Pomigliano d’Arco, con tutto il  suo carico di tensioni , speranze e purtroppo divisioni tra i  lavoratori, non è la conclusione contrastata di un percorso. È,  invece, solo la prima tappa di «Fabbrica Italia» il progetto che Sergio  Marchionne ha delineato per la Fiat da qui al 2014, una sfida totale,  industriale e anche culturale, al mondo del lavoro, alla politica, alle  istituzioni.<span id="more-10433"></span></p>
<p>Dopo il referendum, se il Lingotto confermerà  l’investimento di 700 milioni di euro e non metterà in campo altre  impreviste soluzioni, niente sarà più lo stesso nelle relazioni  industriali in casa Fiat, ma si può facilmente immaginare che sulla  strada del recupero di competitività attraverso la compressione dei  diritti contrattuali e costituzionali dei lavoratori si avvieranno molte  altre aziende. Il mondo sembra andare al contrario: in Cina gli operai  scioperano e protestano per ottenere salari dignitosi e migliori  condizioni di lavoro, in Italia invece in nome di una non ben definita  modernità smantelliamo le conquiste sindacali, civili frutto di lotte  decennali.</p>
<p>Se davvero partirà il progetto di Pomigliano (Marchionne  non ha sciolto la riserva) poi toccherà a Mirafiori, a Melfi, a  Cassino, alla Sevel. Per Termini Imerese, invece, la Fiat non ha  lasciato speranze: «Sarebbe una pazzia non chiuderla» ha sentenziato  Marchionne. Il modello Pomigliano, se sarà implementato, verrà  poesteso alle altre fabbriche italiane, probabilmente sarà calibrato  sulle esigenze produttive e organizzative di ciascuna fabbrica da Torino  alla Basilicata. Inutile dire che il timore del “contagio”,  dell’estensione del programma di Marchionne da Pomigliano alle altre  fabbriche preoccupa migliaia di dipendenti. Perchè nessuno, tanto meno i  sindacati, si oppone a perseguire nuovi, ambiziosi obiettivi di  produzione, ma quello che giustamente allarma è che questo possa  avvenire a scapito del sistema di garanzie, dei diritti dei lavoratori.</p>
<p>D’altra  parte è inutile farsi illusioni. Il clima politico, la linea del  governo, il tifo della Confindustria, anche le timidezze della sinistra,  tutto pare concorrere per favorire il successo del “ricatto” della  Fiat: vi offro il lavoro, zitti e fate come dico io. Marchionne vuole un  cambiamento radicale dell’organizzazione del lavoro e delle relazioni  industriali, la sua ambizione è trasferire in Italia il modello della  fabbrica Tychy, in Polonia. In sintesi queste sono le condizioni  preliminari che il Lingotto esige per investire in Italia: 18 turni  settimanali per tutti gli impianti, revisione degli accordi sindacali,  piena flessibilità della forza lavoro, contenimento del costo del  lavoro, pieno utilizzo degli ammortizzatori sociali. Con questa dote  Marchionne è pronto a fare la sua parte e a concedere una speranza alle  fabbriche, ai lavoratori italiani con investimenti di circa 20 miliardi  di euro in cinque anni.</p>
<p>La Fiat intende portare la produzione di  auto in Italia dalle 650mila unità del 2009 a 1,4 milioni nel 2014, una  cifra che rappresenterà circa un quarto dell’intera produzione  Fiat-Chrysler stimata in 6 milioni di vetture. Il raddoppio della  produzione avverrà tramite la saturazione degli impianti esistenti,  più turni, più produttività. I numeri non lasciano dubbi. Mirafiori,  la storica cattedrale dei metalmeccanici, tra cinque anni avrà una  capacità produttiva di oltre 300 mila vetture con una saturazione degli  impianti che passerà dal 64% all’88%. A Cassino la produzione passerà  da 100mila a 400mila auto. Melfi, il “prato verde” del sogno della  fabbrica non conflittuale, produrrà almeno 400mila vetture. A  Pomigliano, se i lavoratori fanno i bravi e seguono Marchionne, ci sarà  la Nuova Panda, 250mila auto all’anno. La Sevel di Val di Sangro  passerà da 100mila a 250mila veicoli. Obiettivi ambiziosi, forse  temerari che, se conseguiti, consentiranno a Fiat Auto di raddoppiare il  fatturato da 26 a 51 miliardi di euro.</p>
<p>Davanti a un disegno  industriale, di potere, di questa dimensione. di questa forza risultano  quasi marginali le osservazioni, le critiche, le lotte di chi cercando  un lavoro e un reddito per vivere non dimentica i diritti e la dignità.  Ma oggi l’Italia è questa. Ora vedremo cosa farà Marchionne.</p>
<p>Rinaldo Gianola</p>
<p>Pubblicato su l&#8217;Unità</p>
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		<title>I confini del Lingotto</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Jun 2010 09:01:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A POMIGLIANO prevale il sì all&#8217;accordo con la Fiat. Non stravince, come  la sua direzione avrebbe gradito. Dobbiamo però augurarci che la Fiat  non prenda pretesto dal risultato inferiore alle attese per mandare a  monte l&#8217;accordo, oppure per imporlo senza modificarne una virgola. Non  soltanto nell&#8217;interesse dei lavoratori, ma anche della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A POMIGLIANO prevale il sì all&#8217;accordo con la Fiat. Non stravince, come  la sua direzione avrebbe gradito. Dobbiamo però augurarci che la Fiat  non prenda pretesto dal risultato inferiore alle attese per mandare a  monte l&#8217;accordo, oppure per imporlo senza modificarne una virgola. Non  soltanto nell&#8217;interesse dei lavoratori, ma anche della Fiat, e del  paese, per le conseguenze sociali e politiche che ciò potrebbe avere.  Vediamo perché.</p>
<p><span id="more-10405"></span>In Italia la Fiat produce 650.000 vetture l&#8217;anno  con 22.000 dipendenti. In Polonia ne produce 600.000 con 6.100 operai.  In Brasile le vetture prodotte sono 730.000 e i dipendenti soltanto  9.400. Inoltre il costo del lavoro in quei due paesi, contributi sociali  inclusi, è molto più basso. È vero che in Italia si costruisce un certo  numero di vetture di classe più alta che non in Polonia o in Brasile.  Pur con questa correzione il rapporto auto prodotte/dipendenti resta  nettamente sfavorevole agli stabilimenti Fiat in Italia.</p>
<p>Ne segue  che su due punti non vi possono essere dubbi. Le aspre condizioni di  lavoro che Fiat intende introdurre a Pomigliano, dopo averle  sperimentate con successo all&#8217;estero, sono la premessa per introdurle  prima o poi in tutti gli stabilimenti italiani, da Mirafiori a Melfi, da  Cassino a Termoli. Dopodiché interi settori industriali spingeranno da  noi per imitare il modello Fiat. Dagli elettrodomestici al tessile e al  made in Italy, sono migliaia le imprese italiane medie e piccole che  possono dimostrare, dati alla mano, che in India o nelle    Filippine, in Romania o in Cina le loro sussidiarie vantano una  produzione pro capite di molto superiore agli impianti di casa.</p>
<p>Che  tale vantaggio sia stato acquisito con salari assai più bassi, sistemi  di protezione sociale minimi o inesistenti, e orari molto più lunghi,  non sembra ormai avere alcuna rilevanza. Certo non per il governo, e  perfino per gran parte dei sindacati. Con l&#8217;applicazione totale del  modello Fiat, le imprese si sentirebbero autorizzate a far ritornare una  parte della produzione delocalizzata in Italia, alla semplice  condizione che essa sia accompagnata da salari e condizioni di lavoro  che si approssimano sempre più a quella dei lavoratori dei paesi  emergenti.</p>
<p>Si tratta di vedere fino a che punto conviene alla  Fiat voler passare testardamente alla storia delle relazioni industriali  e della globalizzazione come l&#8217;impresa italiana che allo scopo di  esportare al meglio i suoi prodotti ha dimostrato che si può apertamente  importare il peggio delle condizioni di lavoro, per di più ricevendo il  plauso del governo. Così facendo, infatti, la Fiat correrebbe, e  farebbe correre al paese, diversi rischi. Il primo, se il suo modello  tal quale prendesse piede, è quello di contribuire alla stagnazione  della domanda interna, che è stata ed è uno dei maggiori fattori della  recessione globale in cui il mondo si sta avvitando.</p>
<p>D&#8217;accordo che  lavoratori sfiniti dalla fatica e con i salari, al netto  dell&#8217;inflazione, pressoché fermi da oltre un decennio, consumano pur  sempre qualcosa in più di un disoccupato. Ma il modello Fiat farebbe  tendenza, aprendo nuovi spazi di disuguaglianza di reddito tra gli  strati inferiori e medi e il dieci per cento dello strato più alto della  piramide sociale; i cui membri, per quanto affluenti, difficilmente  compreranno quattro o cinque Panda a testa.</p>
<p>Un secondo rischio è  quello di far crescere le tensioni sociali. Se il governo alzasse mai  lo sguardo dai sondaggi, e il management Fiat dai diagrammi della  produttività e dei costi di produzione, potrebbero rendersi conto che  disoccupazione, sotto-occupazione, tagli allo stato sociale e percezione  di una corruzione dilagante stanno alimentando per conto loro, nel  nostro paese come in altri, diffuse situazioni di insofferenza per la  curva all&#8217;ingiù che la qualità della vita ha ormai palesemente  imboccato, e per le iniquità di cui molti si sentono vittime. Ampliare  il numero dei malcontenti moltiplicando i lavoratori che sono  perentoriamente costretti a scegliere, come a Pomigliano, tra lavoro  degradato e disoccupazione, o assistervi senza fare nulla, è una pessima  ricetta politica. Alla quale un&#8217;impresa dovrebbe evitare di aggiungere i  suoi particolari ingredienti.</p>
<p>Per altro il rischio maggiore che  Fiat corre e fa correre a tutti noi risiede nel dare una robusta mano a  coloro che intendono demolire la costituzione repubblicana. La proposta  ventilata di modificare come nulla fosse l&#8217;art. 41 della suprema legge,  perché a qualcuno dà fastidio che la legge determini i programmi e i  controlli opportuni affinché l&#8217;attività economica possa essere  indirizzata a fini sociali, come in fondo si dice in tutte le  costituzioni, potrebbe venir liquidata come la dabbenaggine che è; ma se  il lodo Pomigliano, chiamiamolo così, si affermasse lasciando intatte  le sue licenze costituzionali, i nemici di quell&#8217;articolo ne trarrebbero  un cospicuo vantaggio.</p>
<p>Autorizzandoli pure a mettere in discussione,  perché no, l&#8217;art. 36, secondo il quale il lavoratore ha diritto,  nientemeno, a una retribuzione sufficiente in ogni caso ad assicurare a  sé ed alla sua famiglia un&#8217;esistenza libera e dignitosa, oltre che  proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro. E magari altri  articoli a seguire, in tutto il Titolo III che riguarda i rapporti  economici.</p>
<p>Portare a Pomigliano il grosso dell&#8217;organizzazione del  lavoro vigente in Polonia sarebbe già un successo per la Fiat. Sul  resto, ivi compresa la percentuale dei consensi alle sue proposte, forse  le converrebbe, e converrebbe al paese, non esagerare con le richieste  trancianti.</p>
<p>Luciano Gallino</p>
<p>www.repubblica.it</p>
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		<title>Pomigliano e lo sciopero generale</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Jun 2010 14:12:01 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Ci sono delle questioni che loro malgrado segnano  i percorsi di un Paese e fanno la storia. In questo senso l’accordo  separato della Fiat con tutte le sigle sindacali tranne la Fiom nello  stabilimento di Pomigliano assume un rilievo simbolico.  La marcia dei  40mila a Torino, con i colletti bianchi contro gli operai e la  maggioranza silenziosa dei cittadini della città più avanzata del  capitalismo italiano dietro, aveva segnato un’inversione di tendenza.  <span id="more-10322"></span>Era stato fermato il crescente potere della classe operaia che aveva  imposto dopo il &#8216;68 i consigli di fabbrica e la scala mobile; e si  preparava il terreno per il rilancio del mondo imprenditoriale. Ma il  sindaco di Torino era un comunista, mentre dal punto strettamente  contrattuale il risultato delle lotte dei lavoratori Fiat del 1980 non  fu integralmente negativo e riuscì a salvaguardare molti posti di lavoro  e mantenere elevati livelli salariali.</p>
<p>L’accordo di  Pomigliano, una volta affermatosi nel corso degli ultimi trenta anni il  dominio del pensiero aziendale sia nella politica che nel mondo della  cultura, una volta resi imbelli e collaborativi la sinistra politica e  il sindacato, rappresenta un salto di qualità e la chiusura di un ciclo.  L’accordo di Pomigliano che prevede maggiore flessibilità negli orari  di lavoro e riduzione delle pause lavorative, rinuncia a diritti  costituzionalmente garantiti e delega all’azienda a decidere della  legittimità di uno sciopero, significa che la globalizzazione ha fatto  il suo corso e che le aziende non hanno più bisogno di fuggire lontano  alla ricerca di mercati del lavoro più favorevoli.</p>
<p>Esse possono invece  direttamente smantellare i contratti nazionali e allineare al ribasso le  condizioni di lavoro in tutti i Paesi, magari facendo appello a  normative tecnocratiche internazionali tipo il “World Class  Manufacturing”. E questo vorrà dire che si parlerà sempre di meno delle  condizioni di vita materiali del lavoratore, di quanto egli si realizza  nel lavoro come essere umano, delle possibilità di crescita che vi sono  nell’atto lavorativo, ma solo del differenze tra il suo costo e quello  di altri lavoratori in zone le più diverse del mondo. Il ricatto di  Pomigliano è quello che smaschera il lato oscuro della globalizzazione  anche per chi non l’aveva capito già a Genova.</p>
<p>1980-2010: i  trenta anni in cui sono stati demoliti i movimenti dei lavoratori, resi  complici delle logiche aziendali, e annichilito il pensiero della  sinistra nella logica della rincorsa alla competitività. Ma speriamo  anche quelli in cui sta maturando un pensiero alternativo a quello della  globalizzazione.</p>
<p>Se questa è la  portata della sfida di Pomigliano non se ne esce solo con lo sciopero  generale del 25 giugno e men che meno con dichiarazioni confuse.  Continuano infatti a susseguirsi scioperi generali su questioni anche  politiche che però non indicono sui rapporti di forza nei luoghi di  lavoro, in costante peggioramento sia nel pubblico che nel privato. Se  ne uscirà solo con un lavoro intellettuale in grado di scoprire le forme  nuove che ha assunto il capitalismo e lo sfruttamento, portare alla  luce gli errori del sindacato, e con un ritorno nei luoghi di lavoro che  susciti nuove solidarietà e inventi nuove forme di lotta insieme a chi  lavora.</p>
<p>Proprio per  questo Pomigliano può diventare sia un simbolo di resa definitiva che un  simbolo di riscossa. Proprio per questo lo sciopero generale può essere  solo l’avvio di una riflessione sugli errori precedenti e non va  considerato come il momento conclusivo di una lotta. Già nel 1955 la  Cgil si era trovata minoritaria e isolata a Mirafiori nel centro del  capitalismo italiano. Se la classe dirigente sindacale e politica di  allora si fosse semplicemente abbandonata allo scoramento accettando  ogni forma di arretramento delle condizioni del lavoro, invece di  cogliere l’occasione per riflettere sui propri errori e rilanciare una  battaglia sul lavoro, oggi la Cgil come la conosciamo forse non ci  sarebbe nemmeno.</p>
<p>Giuliano Garavini</p>
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		<title>Diritti dei lavoratori, tema da G20</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Jun 2010 07:00:27 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[I diritti dei lavoratori, quelli che oggi vengono definiti “lacci e lacciuoli che impediscono di stare sul mercato in maniera competitiva”, in realtà demarcano il confine che esiste tra la schiavitù e la libertà. Sono una conquista dell’Umanità, un punto di partenza della civile convivenza. Non è un caso che la Dichiarazione Universale dei diritti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } -->I diritti dei lavoratori, quelli che oggi vengono definiti “lacci e lacciuoli che impediscono di stare sul mercato in maniera competitiva”, in realtà demarcano il confine che esiste tra la schiavitù e la libertà. Sono una conquista dell’Umanità, un punto di partenza della civile convivenza. <span id="more-10257"></span>Non è un caso che la Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo li ponga come fondamento della dignità umana: una Carta di soli 30 articoli contempla il diritto al riposo, all’associazione sindacale, alla dignità sul lavoro, all’eguaglianza dei trattamenti economici, fino al diritto di ricorrere a un tribunale per la salvaguardia di questi diritti. Chiariamoci: non è la Costituzione catto-comunista tanto odiata dal nostro premier; è una Carta di Diritti, un codice etico, sintesi di un dibattito filosofico sui diritti umani che ha visto impegnati filosofi di varie appartenenze politiche, di ogni epoca e nazione.</p>
<p>Alcuni Stati sottoscrittori di quella Dichiarazione (che non ha valore giuridico, ma impegna moralmente l’agire politico) hanno abolito la schiavitù, costituendo le basi di un progresso sociale ed economico che li ha portati a diventare “grandi” e più influenti nelle scelte della politica internazionale. Altri Paesi no e &#8211; anche per questo – oggi risultano molto “competitivi”.<br />
Arriviamo al punto: la proposta di Marchionne agli operai FIAT di Pomigliano pone proprio un problema di scelta politica internazionale, perché &#8211; per quante riflessioni vi si possano fare – lancia una provocazione al mondo economico, svelando la stortura di una globalizzazione imperfetta.</p>
<p>L’accordo (che propone una deroga al contratto nazionale di lavoro, riducendo le pause, le ferie, imponendo straordinari, e rendendo &#8211; di fatto &#8211; impossibile lo sciopero) è un macigno scagliato contro la libertà e non è un problema che la FIOM (unico sindacato di categoria che si è opposto all&#8217;accordo) può risolvere da sola: è nato dalla globalizzazione, quindi richiede una soluzione internazionale. Lo ricordano gli stessi operai di Tychy, lo stabilimento FIAT polacco che sarà chiuso nel caso in cui gli operai di Pomigliano dovessero accettare la proposta di Marchionne: &#8220;Non possiamo continuare a contenderci tra di noi i posti di lavoro &#8211; dichiarano in una bella e accorata lettera spedita ai loro colleghi italiani &#8211; Dobbiamo unirci e lottare per i nostri interessi internazionalmente&#8221;.</p>
<p>E&#8217; una guerra tra deboli, dove a vincere, paradossalmente, sarà il Paese il cui costo del lavoro è il più basso, magari anche perché i diritti dei lavoratori sono negati. Ci sono Stati in cui la manodopera dei bambini costituisce il grande “vantaggio competitivo”, altri in cui le condizioni di lavoro sono così estreme che ai lavoratori è richiesto di firmare un&#8217;autocertificazione in cui attestino che non si suicideranno. E&#8217; davvero questo il modello di civiltà che auspichiamo?</p>
<p>In realtà esistono meccanismi di politica interna che possono contenere questo passaggio, perché la riduzione del costo del lavoro nei Paesi più sviluppati non necessariamente deve passare attraverso la riduzione del salario o l&#8217;aumento di produttività (e quindi riduzione dei diritti): potrebbe realizzarsi, ad esempio, attraverso una defiscalizzazione del lavoro dipendente. L&#8217;esatto contrario di quanto il governo italiano è disposto a fare.</p>
<p>L&#8217;accordo che la FIAT propone agli operai di Pomigliano, tuttavia, lascia supporre che sia solo un primo passo di una contrattazione che coinvolge non solo le parti produttive di una nazione, ma l&#8217;intero sistema produttivo internazionale.  In questi stessi giorni la Whirlpool ha annunciato che chiuderà uno stabilimento nell&#8217;Indiana per trasferirlo in Messico. Un&#8217;intera città, Evansville, resterà senza lavoro, perché il costo del lavoro nel Messico è di 4 volte inferiore.</p>
<p>Bisogna capire che il “ricatto” della FIAT agli operai di Pomigliano non è colpa di un imprenditore astuto o crudele, né solo di politiche interne miopi, ma di una politica industriale internazionale che ha perso di vista – almeno nel breve periodo –  i diritti dell&#8217;Uomo, per concentrarsi sul livellamento dei salari, sulla globalizzazione delle cifre. La risposta al problema degli operai di Pomigliano e di Tychy, dunque, è affidata anche alla politica internazionale.</p>
<p>Per questo auspichiamo che nel prossimo G20, in programma per il 26 e 27 giugno in Canada, nell&#8217;ambito del tema &#8220;<strong>Global Trade and Growth&#8221;, l&#8217;argomento della &#8220;liberalizzazione&#8221; dei mercati venga affrontato in tutti i suoi aspetti, compreso quello della salvaguardia ed equiparazione dei diritti dei lavoratori, mutuando – ad esempio – modelli di ricerca su standard di lavoro internazionali, come quelli dell&#8217;ILO (International Labour Organization).</strong></p>
<p>Nel frattempo i sindacati, tutti i sindacati, custodi dei diritti dei lavoratori, hanno il dovere di cooperare  a livello globale anch&#8217;essi, per opporsi alla schiavitù. Sono nati per questo, non si capisce, altrimenti, quale sarebbe il loro ruolo.</p>
<p>Nicola Cirillo</p>
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		<title>Operai Fiat: il Popolo Viola dov&#8217;è?</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Jun 2010 16:49:02 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>L’indignazione, dalle nostre parti, è un mestiere dai tratti  aristocratici. Ci si indigna per le libertà violate, per i bavagli  all’informazione, per i puntigli e i principi: le piazze si riempiono di  camicie viola e megafoni, i giornali dedicano dozzine di pagine a  raccogliere i sentimenti di un intero popolo, si consultano opinionisti,  padri della patria, oracoli, ci si incatena davanti ai cancelli della  Rai o al portone perennemente chiuso di Palazzo Chigi.<span id="more-10222"></span></p>
<p>Nulla di tutto  questo è accaduto ai margini della vicenda di Pomigliano. Ovvero di  fronte all’offensiva padronale della Fiat contro i diritti degli operai,  diritti indisponibili perché affermati e tutelati dalla Costituzione,  come il diritto riconosciuto a qualsiasi lavoratore di poter scioperare  per difendere le proprie ragioni.</p>
<p>Quel diritto, nella proposta di contratto di Marchionne, si trasforma in  un viatico al giusto licenziamento come non accadeva nemmeno nella Fiat  di Valletta. Marchionne e questo governo chiedono che, in cambio di  investimenti sullo stabilimento di Pomigliano, i lavoratori della Fiat  rinuncino al contratto collettivo, alla mensa, a turni di lavoro meno  massacranti. Dice la Fiat: se volete che la fabbrica non venga smontata e  portata in Polonia, queste sono le condizioni di lavoro e di contratto,  prendere o lasciare. Qualcuno ha preso, qualcun altro ha lasciato  ritenendo (è la posizione della Fiom) che, se passa a Pomigliano, questo  modello contrattuale fondato sulla rinunzia ai propri diritti diventerà  il modello obbligato su cui impresa e lavoratori regoleranno i loro  rapporti e i loro conti ovunque in futuro.</p>
<p>Perché il popolo viola tace? Perché su questa battaglia di principi e di  diritti non si sono ascoltate le voci alte e indignate che abbiamo  registrato sul bavaglio ai giornalisti? Perché i direttori dei grandi  quotidiani italiani hanno derubricato questa faccenda a una contesa  interna alla Cgil e non a uno scontro di civiltà tra un mercato che non  vuole lacci e lacciuoli e la civiltà del lavoro che è anzitutto luogo di  dignità? Non lo dico per furia ideologica ma perché penso al paese  materiale. Dove la materialità sono anche i 750 euro di cassa  integrazione che percepiscono gli operai di Pomigliano, i diciotto turni  di lavoro pretesi dalla Fiat, la rinunzia alla refezione, la promessa  di tornare a una valutazione dei rendimenti in fabbrica scandita dai  cronometri e dalla minaccia di licenziamento nella più ottusa tradizione  taylorista.</p>
<p>Marchionne dice che l’abrogazione de facto del contratto nazionale di  lavoro e la violazione delle garanzie costituzionali sarà un’eccezione,  un pedaggio richiesto se si vuole evitare la chiusura dello  stabilimento. Ma cosa impedirà in futuro alla Fiat, a questo governo o  alla confindustria di invocare lo stesso principio d’eccezionalità per  altre fabbriche, per altri contratti di lavoro da violare? Cosa impedirà  che la messa in vendita del diritto di sciopero diventi prassi pretesa e  imposta in tutto il paese? Cosa impedirà che Pomigliano D’Arco  rappresenti il principio di una fine? La fine dello stato di diritto,  del sindacato, dello statuto dei lavoratori, della responsabilità  sociale delle imprese prevista dalla Costituzione.</p>
<p>E soprattutto: chi lo impedirà? I senatori dell’opposizione democratica  che, in un paese in cui l’informazione pubblica è asservita ai capricci  di Berlusconi, si sono lamentati per il troppo spazio concesso dai Tg  alla Fiom? Lo impedirà Veltroni che parla di «accordo inevitabile», di  una «condizione obiettiva» in nome di una non meglio precisata «sfida di  innovazione?». Adesso si chiama innovazione togliere la mensa agli  operai? Ma se per chiedere un investimento all’azienda più beneficiata  nella storia italiana da contributi pubblici diretti e indiretti bisogna  derogare al contratto, ai diritti e ai principi costituzionali, che  senso ha tenere in vita i sindacati? Trasformiamo la Cgil in una  bocciofila e lo Statuto dei lavoratori in una preghierina da catechismo e  non se ne parli più. Dice Veltroni, e dice il vero: 1.600 permessi per  fare i rappresentanti di lista tra gli operai di Pomigliano alle ultime  elezioni politiche. Omette di aggiungere che 1.200 richieste portavano  la firma del suo partito, il Pd.</p>
<p>Eppure su tutto questo tacciono quasi tutti. Finché si tratta di mandare  al rogo Berlusconi, todos caballeros: ma se c’è da spendere un pensiero  preoccupato sulla Fiat, sui poteri forti del capitalismo italiano, il  più decotto e assistito d’Europa, le parole si fanno caute, non una  sciarpetta viola ad agitare le piazze, non un megafono a spiegare  davanti al portone sprangato di palazzo Chigi che questione sociale e  questione democratica sono entrambe sofferenze di un paese molto malato.</p>
<p>Claudio Fava</p>
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		<title>Fiat, lettera degli operai di Tychy a quelli di Pomigliano</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Jun 2010 10:34:42 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[I lavoratori della Fiat di  Pomigliano D&#8217;Arco sono chiamati a  votare se accettare o  meno le condizioni che la  FIAT gli ha posto per riportare in Italia la  produzione della Panda, attualmente prodotta in Polonia, a Tychy. Le  condizioni &#8211; come ampiamente riferito dal nostro sito in vari articoli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><em><em>I lavoratori della Fiat di  Pomigliano D&#8217;Arco sono chiamati a  votare se accettare o  meno le condizioni che la  FIAT gli ha posto per riportare in Italia la  produzione della Panda, attualmente prodotta in Polonia, a Tychy. <span id="more-10215"></span>Le  condizioni &#8211; come ampiamente riferito dal nostro sito in vari articoli e  commenti &#8211; sono molto stringenti: agli operai, tra le altre cose, è  richiesto </em><em>di lavorare di  sabato, di  fare tre turni al giorno invece di due, di ridurre la pausa pranzo a  mezz&#8217;ora, di fare obbligatoriamente 120 ore di straordinari e di  accettare periodi di malattia non retribuiti.</em><br />
</em></div>
<div></div>
<div><em>Se gli operai della  FIAT dovessero accettare queste condizioni ci sarà comunque uno  stabilimento che chiuderà: quello di Tychy. E&#8217; evidente che il problema  del lavoro, in un mercato globale, ha dimensioni internazionali. Sono  proprio alcuni operai di Tychy a ricordarlo, in una lettera accorata che  hanno spedito ai colleghi di Pomigliano e che noi vi riportiamo  integralmente: </em></div>
<div></div>
<p>&#8220;La FIAT gioca molto sporco coi  lavoratori. Quando trasferirono la produzione qui in Polonia ci dissero  che se avessimo lavorato durissimo e superato tutti i limiti di  produzione avremmo mantenuto il nostro posto di lavoro e ne avrebbero  creati degli alti. E a Tychy lo abbiamo fatto. La fabbrica oggi è la più  grande e produttiva d&#8217;Europa e non sono ammesse rimostranze  all&#8217;amministrazione (fatta eccezione per quando i sindacati chiedono  qualche bonus per i lavoratori più produttivi, o contrattano i turni del  weekend)</p>
<p>A un certo punto verso la fine dell&#8217;anno  scorso è iniziata a girare la voce che la FIAT aveva intenzione di  spostare la produzione di nuovo in Italia. Da quel momento su Tychy è  calato il terrore. Fiat Polonia pensa di poter fare di noi quello che  vuole. L&#8217;anno scorso per esempio ha pagato solo il 40% dei bonus, benché  noi avessimo superato ogni record di produzione.</p>
<p>Loro pensano che la gente non lotterà  per la paura di perdere il lavoro. Ma noi siamo davvero arrabbiati. Il  terzo &#8220;Giorno di Protesta&#8221; dei lavoratori di Tychy in programma per il  17 giugno non sarà educato come l&#8217;anno scorso.<br />
Che cosa abbiamo ormai  da perdere?</p>
<p>Adesso stanno chiedendo ai lavoratori  italiani di accettare condizioni peggiori, come fanno ogni volta. A chi  lavora per loro fanno capire che se non accettano di lavorare come  schiavi qualcun altro è disposto a farlo al posto loro. Danno per  scontate le schiene spezzate dei nostri colleghi italiani, proprio come  facevano con le nostre.</p>
<p>In questi giorni noi abbiamo sperato che  i sindacati in Italia lottassero. Non per mantenere noi il nostro  lavoro a Tychy, ma per mostrare alla FIAT che ci sono lavoratori  disposti a resistere alle loro condizioni. I nostri sindacati, i nostri  lavoratori, sono stati deboli. Avevamo la sensazione di non essere in  condizione di lottare, di essere troppo poveri. Abbiamo implorato per  ogni posto di lavoro. Abbiamo lasciato soli i lavoratori italiani  prendendoci i loro posti di lavoro, e adesso ci troviamo nella loro  stessa situazione.</p>
<p>E&#8217; chiaro però che tutto questo non può  durare a lungo. Non possiamo continuare a contenderci tra di noi i posti  di lavoro. Dobbiamo unirci e lottare per i nostri interessi  internazionalmente.</p>
<p>Per noi non c&#8217;è altro da fare a Tychy  che smettere di inginocchiarci e iniziare a combattere. Noi chiediamo ai  nostri colleghi di resistere e sabotare l&#8217;azienda che ci ha dissanguati  per anni e ora ci sputa addosso.</p>
<p>Lavoratori, è ora di cambiare&#8221;.</p>
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		<title>Non lasciamoli soli</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Jun 2010 11:42:35 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Mentre tutto il Paese si sta giustamente mobilitando contro la legge bavaglio, la fiat e il governo stanno ricattando i lavoratori di Poimigliano d&#8217;Arco.
E&#8217; inaccettabile che si voglia isolare la Fiom che, da sola, si sta battendo contro lo stravolgimento dello Statuto dei lavoratori e del contratto nazionale. La Fiat vuole punire il dissenso come [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Mentre tutto il Paese si sta giustamente mobilitando contro la legge bavaglio, la fiat e il governo stanno ricattando i lavoratori di Poimigliano d&#8217;Arco.<span id="more-10161"></span></em></p>
<p><em>E&#8217; inaccettabile che si voglia isolare la Fiom che, da sola, si sta battendo contro lo stravolgimento dello Statuto dei lavoratori e del contratto nazionale. La Fiat vuole punire il dissenso come era abituata a fare negli anni 50. </em></p>
<p><em>La crisi non c&#8217;entra! Si vuole impedire il diritto di sciopero e il rispetto dei diritti per chi si ammala.</em></p>
<p><em>Chiediamo a tutte le forze democratiche, agli intellettuali, a tutti i sindacati di sostenere la lotta per i diritti di tutti i lavoratori.</em></p>
<p><em>Oggi il silenzio è complice.</em></p>
<p>Pubblicato oggi su l&#8217;Unità.</p>
<p><a href="http://www.sinistraeliberta.eu/wp-content/uploads/2010/06/pomigliano1.jpg"><img class="alignleft size-large wp-image-10163" title="pomigliano" src="http://www.sinistraeliberta.eu/wp-content/uploads/2010/06/pomigliano1-698x1024.jpg" alt="" width="489" height="717" /></a></p>
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		<title>Post di Nichi: La beffa di Pomigliano</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Jun 2010 18:18:41 +0000</pubDate>
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Il contratto nazionale del lavoro sta  trovando la sua tomba a Pomigliano d’Arco. Nel referendum che ci sarà  tra un mese, fra gli operai della FIAT viene chiesto ai lavoratori se  preferiscono essere feriti o ammazzati, se morire di fame e restare  senza reddito o lavorare come schiavi. Mi sembra  [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<p>Il contratto nazionale del lavoro sta  trovando la sua tomba a Pomigliano d’Arco. Nel referendum che ci sarà  tra un mese, fra gli operai della FIAT viene chiesto ai lavoratori se  preferiscono essere feriti o ammazzati, se morire di fame e restare  senza reddito o lavorare come schiavi. Mi sembra  un quesito malato. Ai lavoratori gli si sta chiedendo solo di sottoporsi  a un ricatto pur di continuare a portare il pane a casa, pur di  continuare ad avere una qualche prospettiva di vita. Il referendum non  da un aut aut, non propone scelte alternative, ma disegna con chiarezza  un laccio stretto intorno al collo dei lavoratori e del mondo del  lavoro.</p>
<p>La situazione di Pomigliano d’Arco riguarda infatti tutta l’Italia e  tutto il mondo del lavoro, e non è un caso che il Ministro Sacconi,  Confindustria e buona parte del mondo politico si siano affrettati ad  indicare l’accordo proposto dalla FIAT come  il modello futuro da  seguire per la riorganizzazione del mondo del lavoro. Una  riorganizzazione che prevede la frantumazione dei diritti dei  lavoratori, la loro definitiva riduzione a merce.</p>
<p>Fino a qualche giorno fa mi chiedevo perché Confindustria accetta quello  che è inaccettabile nella Finanziaria, e la risposta arriva a  Pomigliano d’Arco con l’accordo proposto dalla Fiat. Le imprese  avrebbero dovuto rifiutare con forza una Finanziaria che non propone  alcuna crescita né dal punto di vista economico, né da quello  occupazionale. Confindustria ha accettato quello che era inaccettabile  nella manovra perché in cambio c’era la svalorizzazione del lavoro. Si  sono messi in concorrenza gli uni con gli altri, gli operai del primo  mondo con quelli del terzo e quarto mondo. Questo e’ il calcolo che  fanno. Pensano di costruire la soluzione finale con il ritorno all’800   E’ questa la modernità che ci viene prospettata.</p>
<p>E adesso, il mondo dell’informazione punterà i fari sulla FIOM,  questo sindacato maleducato, senza parlare della vita di dolore di chi,  come i lavoratori, è destinato a non essere neanche riconosciuto  socialmente. Se  non parliamo di queste realtà, se non parliamo di come  stanno i cassaintegrati in questo momento, di come stanno le loro  famiglie, continueremo a subire pesanti sconfitte culturali.</p>
<p>Nichi</p>
</div>
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		<title>Attacco al lavoro</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Jun 2010 07:55:36 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il Governo e Confindustria continuano la loro incessante opera di stravolgimento del mondo del lavoro, demolendone i più elementari diritti. L&#8217;ennesima ghiotta occasione è data dallo stabilimento della FIAT di Pomigliano, che a detta dell&#8217;astuto Marchionne è diventato non più produttivo, quindi, o si delocalizza in un paese dell&#8217;est europeo, o si deve procedere con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il Governo e Confindustria continuano la loro incessante opera di stravolgimento del mondo del lavoro, demolendone i più elementari diritti. L&#8217;ennesima ghiotta occasione è data dallo stabilimento della FIAT di Pomigliano, che a detta dell&#8217;astuto Marchionne è diventato non più produttivo, quindi, o si delocalizza in un paese dell&#8217;est europeo, o si deve procedere con un immediato aumento della sua capacità produttiva.<span id="more-9955"></span></p>
<p>Aumento della capacità produttiva significa da parte di FIAT imporre un contratto aziendale, derogando di fatto i principi del contratto nazionale e del diritto di sciopero.</p>
<p>Nel dettaglio le condizioni che FIAT utilizza come elementi indispensabili per il mantenimento dello stabilimento sono: l&#8217;implementazione di 18 turni settimanali sulle linee di montaggio, 120 ore di straordinario obbligatorio, riduzione delle pause dagli attuali quaranta minuti a trenta per ogni turno, possibilità di comandare lo straordinario nella mezz&#8217;ora di pausa mensa per i turnisti, possibilità di derogare dalla legge che garantisce pause e riposi in caso di lavoro a turno, sanzioni disciplinari nei confronti delle Organizzazioni sindacali che proclamano iniziative di sciopero e sanzioni nei confronti dei singoli lavoratori che vi aderiscono, fino al licenziamento, facoltà di non applicare le norme del Contratto nazionale che prevedono il pagamento della malattia a carico dell’impresa.</p>
<p>Queste folli condizioni oltre che a ledere irrimediabilmente il contratto nazionale di lavoro, smembrano ulteriormente la già dissestata unità sindacale, infatti Fim-Cisl, Uilm, Fismic e Ugl hanno posto la loro firma avvalorando l&#8217;accordo capestro, l&#8217;unica sigla sindacale a resistere all&#8217;annientamento della dignità del lavoratore è la Fiom, lasciata nuovamente sola a combattere contro un contesto che vuole un mondo del lavoro subordinato ai voleri del potere.</p>
<p>Un accordo, quello proposto dalla FIAT destinato ad azzerare la responsabilità sociale d&#8217;impresa in nome di una produzione destinata a saturare un mercato dell&#8217;automobile in profondissima crisi. Siamo sicuri che il futuro passi attraverso un aumento della produzione di auto? Si è parlato molto di conversione dello stabilimento di Pomigliano ma nulla è stato fatto, l&#8217;auto sembra rimanere ancora un grande affare, ecco perchè l&#8217;industria delle energie alternative stenta a decollare.</p>
<p>Stiamo assistendo inermi alla sconfitta della stessa idea di come affrontare le sfide del futuro.</p>
<p>Le urgenze di politiche destinate ad uno sviluppo sostenibile basato sulla crescita economica e sociale capace di integrare qualità della vita ed equità sono state cancellate da ricatti che hanno il solo scopo di mercificare sia il lavoro che il lavoratore.</p>
<p>Non dobbiamo lasciare solo l&#8217;unico sindacato in grado di opporsi a questa dirompente strategia anti-sociale, tutte le forze di opposizione sia politica che sociale devono mobilitarsi per dare una nuova voce ai diritti del lavoratore che rischia sempre più di essere alienato, ora tiene banco la FIAT, ma non dimentichiamoci le moltissime altre realtà che non fanno notizia ma che reclamano più potere e più ricchezza a danno dei più deboli.</p>
<p>Andrea Sironi</p>
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		<title>Una strage. Di invisibili.</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Jun 2010 05:10:34 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[E’ strage di detenuti in Italia. Ieri altri due suicidi. Trentuno dall’inizio dell’anno. E Alfano annuncia la  “separazione delle carriere”…
La drammatica condizione di vita nelle carceri italiane ha spinto al suicido altri due detenuti, nel penitenziario di Lecce e in quello di Opera a Milano. Nei primi sei mesi di questo 2010 ben trentuno persone [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>E’ strage di detenuti in Italia. Ieri altri due suicidi. Trentuno dall’inizio dell’anno. E Alfano annuncia la  “separazione delle carriere”…</strong></p>
<p>La drammatica condizione di vita nelle carceri italiane ha spinto al suicido altri due detenuti, nel penitenziario di Lecce e in quello di Opera a Milano. Nei primi sei mesi di questo 2010 ben trentuno persone si sono tolte la vita in carcere. E’ una situazione grave e allarmante della quale un Paese che ama definirsi civile e moderno si dovrebbe vergognare.</p>
<p>Eppure, nonostante tutto questo, quando in Italia si parla di giustizia, in Parlamento o sui giornali, ci si riferisce a tutt’altro, perché altre sono le necessità dell’establishment di questo Paese e perché parlare dei detenuti e della particolare afflizione determinata dal sovraffollamento, non porta voti e forse ne fa perdere a chi vuole giocare tutte le sue carte sulle paure dei cittadini e sul presunto e predeterminato “allarme sicurezza”.</p>
<p>Il Governo in particolare, non pago della forzatura autoritaria sulle intercettazioni,  invece di occuparsi della situazione carceraria, annuncia, per bocca del Ministro Alfano, il piano autunnale dell’esecutivo che consiste essenzialmente nella famigerata “separazione delle carriere” presentata ancora una volta come il toccasana per la giustizia malata.</p>
<p>E’ difficile prevedere se il Governo si muoverà davvero in questa direzione o se ci troviamo di fronte all’ennesimo annuncio a scopo diversivo.</p>
<p>Al momento ci vengono  in mente un paio di domande : quanti altri detenuti moriranno nel frattempo ?  La “separazione delle carriere” ne farà morire di meno ?</p>
<p>Carlo Leoni</p>
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		<title>La globalizzazione dell&#8217;operaio</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Jun 2010 09:49:17 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Si  spingono in basso salari e condizioni di  lavoro per allinearli ai Paesi emergenti. Arriva la nuova &#8220;metrica  del lavoro&#8221; con il computer  che controlla.
È possibile che la Fiat non abbia davvero  alcuna alternativa. O riesce  ad avvicinare il costo di produzione dello stabilimento di Pomigliano a  quello [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: small;"><strong>Si  spingono in basso salari e condizioni di  lavoro per allinearli ai Paesi emergenti. Arriva la nuova &#8220;metrica  del lavoro&#8221; con il computer  che controlla.</strong></span></p>
<p>È possibile che la Fiat non abbia davvero  alcuna alternativa. O riesce  ad avvicinare il costo di produzione dello stabilimento di Pomigliano a  quello degli stabilimenti siti in Polonia, Serbia o Turchia, o non  riuscirà più a vendere né in Italia né altrove le auto costruite in  Campania. L´industria mondiale dell´auto è afflitta da un eccesso  pauroso di capacità produttiva, ormai stimato intorno al 40 per cento.  Di conseguenza i produttori si affrontano con furibonde battaglie sul  fronte del prezzo delle vetture al cliente.</p>
<p>A farne le spese, prima  ancora dei loro bilanci, sono i fornitori (che  producono oltre due terzi del valore di un´auto), le comunità locali che  vedono di colpo sparire uno stabilimento su cui vivevano, e i  lavoratori che provvedono all´assemblaggio finale. I costruttori che non  arrivano a spremere fino all´ultimo euro da tutti questi soggetti sono  fuori mercato.</p>
<p>Va anche ammesso che davanti alla prospettiva di  restare senza lavoro in una città e una regione in cui la  disoccupazione, soprattutto quella giovanile, ha già raggiunto livelli  drammatici, la maggioranza dei lavoratori di Pomigliano &#8211; ben 15.000 se  si conta l´indotto &#8211; è probabilmente orientata ad accettare le proposte  Fiat in tema di organizzazione della produzione e del lavoro. La  disperazione, o il suo approssimarsi, è di solito una cattiva  consigliera; ma se tutto quello che l´azienda o il governo offrono è la  scelta tra lavorare peggio, oppure non lavorare per niente, è quasi  inevitabile che uno le dia retta.</p>
<p>Una volta riconosciuto che forse  l´azienda non ha alternative, e non ce l´hanno nemmeno i lavoratori di  Pomigliano, occorre pure trovare il modo e la forza di dire anzitutto  che le condizioni di lavoro che Fiat propone loro sono durissime. E, in  secondo luogo, che esse sono figlie di una globalizzazione ormai senza  veli, alle quali molte altre aziende italiane non mancheranno di rifarsi  per imporle pure loro ai dipendenti.<br />
Allo scopo di utilizzare gli  impianti per 24 ore al giorno e 6 giorni alla settimana, sabato  compreso, nello stabilimento di Pomigliano rinnovato per produrre la  Panda in luogo delle attuali Alfa Romeo, tutti gli addetti alla  produzione e collegati (quadri e impiegati, oltre agli operai), dovranno  lavorare a rotazione su tre turni giornalieri di otto ore. L´ultima  mezz´ora sarà dedicata alla refezione (che vuol dire, salvo errore, non  toccare cibo per almeno otto ore). Tutti avranno una settimana  lavorativa di 6 giorni e una di 4. L´azienda potrà richiedere 80 ore di  lavoro straordinario a testa (che fanno due settimane di lavoro in più  all´anno) senza preventivo accordo sindacale, con un preavviso limitato a  due o tre giorni. Le pause durante l´orario saranno ridotte di un  quarto, da 40 minuti a 30. Le eventuali perdite di produzione a seguito  di interruzione delle forniture (caso abbastanza frequente  nell´autoindustria, i cui componenti provengono in media da 800 aziende  distanti magari centinaia di chilometri) potranno essere recuperate  collettivamente sia nella mezz´ora a fine turno &#8211; giusto quella della  refezione &#8211; o nei giorni di riposo individuale, in deroga dal contratto  nazionale dei metalmeccanici. Sarebbe interessante vedere quante  settimane resisterebbero a un simile modo di lavorare coloro che  scuotono con cipiglio l´indice nei confronti dei lavoratori e dei  sindacati esortandoli a comportarsi responsabilmente, ossia ad accettare  senza far storie le proposte Fiat.</p>
<p>Non è tutto. Ben 19 pagine sulle  36 del documento Fiat consegnato ai sindacati a fine maggio sono  dedicate alla &#8220;metrica del lavoro.&#8221; Si tratta dei metodi per determinare  preventivamente i movimenti che un operaio deve compiere per effettuare  una certa operazione, e dei tempi in cui deve eseguirli; misurati, si  noti, al centesimo di secondo. Per certi aspetti si tratta di roba  vecchia: i cronotecnici e l´analisi dei tempi e dei metodi erano  presenti al Lingotto fin dagli anni 20. Di nuovo c´è l´uso del computer  per calcolare, verificare, controllare movimenti e tempi, ma soprattutto  l´adozione a tappeto dei criteri organizzativi denominati World Class  Manufacturing (Wcm, che sta per &#8220;produzione di qualità o livello  mondiale&#8221;). Sono criteri che provengono dal Giappone, e sono indirizzati  a due scopi principali: permettere di produrre sulla stessa linea  singole vetture anche molto diverse tra loro per motorizzazione,  accessori e simili, in luogo di tante auto tutte uguali, e sopprimere  gli sprechi. In questo caso si tratta di fare in modo che nessuna  risorsa possa venire consumata e pagata senza produrre valore. La  risorsa più preziosa è il lavoro. Un´azienda deve quindi puntare ad una  organizzazione del lavoro in cui, da un lato, nemmeno un secondo del  tempo retribuito di un operaio possa trascorrere senza che produca  qualcosa di utile; dall´altro, il contenuto lavorativo utile di ogni  secondo deve essere il più elevato possibile. L´ideale nel fondo della  Wcm è il robot, che non si stanca, non rallenta mai il ritmo, non si  distrae neanche per un attimo. Con la metrica del lavoro si addestrano  le persone affinché operino il più possibile come robot.</p>
<p>È qui che  cadono i veli della globalizzazione. Essa è consistita fin dagli inizi  in una politica del lavoro su scala mondiale. Dagli anni 80 del  Novecento in poi le imprese americane ed europee hanno perseguito due  scopi. Il primo è stato andare a produrre nei paesi dove il costo del  lavoro era più basso, la manodopera docile, i sindacati inesistenti, i  diritti del lavoro di là da venire. Ornando e mascherando il tutto con  gli spessi veli dell´ideologia neo-liberale. Al di sotto dei quali urge  da sempre il secondo scopo: spingere verso il basso salari e condizioni  di lavoro nei nostri paesi affinchÈ si allineino a quelli dei paesi  emergenti. Nome in codice: competitività. La crisi economica esplosa nel  2007 ha fatto cadere i veli della globalizzazione. Politici,  industriali, analisti non hanno più remore nel dire che il problema non è  quello di far salire i salari e le condizioni di lavoro nei paesi  emergenti: sono i nostri che debbono, s´intende per senso di  responsabilità, discendere al loro livello.<br />
È nella globalizzazione  ormai senza veli che va inquadrato il caso Fiat. Se in Polonia, o in  qualunque altro paese in sviluppo, un operaio produce tot vetture  l´anno, per forza debbono produrne altrettante Pomigliano, o Mirafiori, o  Melfi. È esattamente lo stesso ragionamento che in modo del tutto  esplicito fanno ormai Renault e Volkswagen, Toyota e General Motors. Se  in altri paesi i lavoratori accettano condizioni di lavoro durissime  perché è sempre meglio che essere disoccupati, dicono in coro i  costruttori, non si vede perché ciò non debba avvenire anche nel proprio  paese. Non ci sono alternative. Per il momento purtroppo è vero.  Tuttavia la mancanza di alternative non è caduta dal cielo. È stata  costruita dalla politica, dalle leggi, dalle grandi società, dal sistema  finanziario, in parte con strumenti scientifici, in parte per ottusità o  avidità.</p>
<p>Toccherebbe alla politica e alle leggi provare a ridisegnare  un mondo in cui delle alternative esistono, per le persone non meno per  le imprese.</p>
<p>Luciano Gallino</p>
<p>Fonte Repubblica</p>
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		<title>Manifestazione della CGIL. Noi ci saremo.</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Jun 2010 08:39:27 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[SEL aderisce alla manifestazione nazionale del Pubblico Impiego promossa dalla Cgil per il 12 Giugno 2010. La manovra finanziaria varata dal Governo è iniqua ed inefficace perché non agisce sulle cause della crisi e ne fa pagare il prezzo soprattutto ai lavoratori pubblici e alle Regioni ed Enti Locali.
E’ evidente che questa strategia punta a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>SEL aderisce alla manifestazione nazionale del Pubblico Impiego promossa dalla Cgil per il 12 Giugno 2010.</strong> La manovra finanziaria varata dal Governo è iniqua ed inefficace perché non agisce sulle cause della crisi e ne fa pagare il prezzo soprattutto ai lavoratori pubblici e alle Regioni ed Enti Locali.<span id="more-9837"></span></p>
<p>E’ evidente che questa strategia punta a ridurre progressivamente il ruolo dell’economia pubblica, l’esigibilità dei diritti di cittadinanza, il controllo pubblico delle attività private. La crisi diventa così lo strumento per accentuare il liberismo del centro-destra ed accelerare il percorso verso l’autonomia delle leggi di mercato( va in questa direzione anche la proposta della revisione dell’art. 41 della Costituzione).</p>
<p>Noi siamo invece convinti che in tempo di crisi bisogna rafforzare lo Stato Sociale, investire nella scuola, l’università, la ricerca, la capacità programmatoria delle istituzioni pubbliche e salvaguardare l’occupazione pubblica per contrastare la perdita di posti di lavoro; bisogna cercare le risorse tagliando la spesa pubblica sbagliata (spese militari, Ponte sullo stretto di Messina etc) e tassando le rendite, i patrimoni, le transazioni finanziarie e il consumo delle risorse naturali.</p>
<p>Esattamente il contrario di quello che propone la manovra finanziaria che perciò va respinta con la più ampia mobilitazione possibile.</p>
<p>Il 12 Giugno saremo in piazza con gli insegnanti, i medici, gli infermieri, gli impiegati ed i dirigenti pubblici, con tutti quelli che chiedono rispetto per il proprio lavoro ed i diritti dei cittadini.</p>
<p>Segreteria Nazionale Sinistra Ecologia Libertà</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Appuntamento alle 14:30 di fronte alla Basilica di Santa Maria degli Angeli a Piazza della  Repubblica. Ci sarà il furgone di SEL. Il corteo si muoverà alle 15 da Piazza della Repubblica per  giungere a Piazza del Popolo. Portate le bandiere!</strong></p>
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		<title>Verità sulle stragi di mafia. Dal 19 al 27 luglio una settimana di mobilitazione straordinaria di SEL</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Jun 2010 08:26:59 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La Segreteria Nazionale di SEL ha indetto una settimana di mobilitazione straordinaria per chiedere che si restituisca la piena verità sulla stagione delle stragi del &#8216;92/&#8217;93. Molte autorevoli voci delle istituzioni, come Piero Grasso, Carlo Azelio Ciampi, Oscar Luigi Scalfaro e tanti altri, sono tornati a ribadire recentemente la esigenza che si torni ad indagare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La Segreteria Nazionale di SEL ha indetto una settimana di mobilitazione straordinaria per chiedere che si restituisca la piena verità sulla stagione delle stragi del &#8216;92/&#8217;93. Molte autorevoli voci delle istituzioni, come Piero Grasso, Carlo Azelio Ciampi, Oscar Luigi Scalfaro e tanti altri, sono tornati a ribadire recentemente la esigenza che si torni ad indagare e a cercare la verità sulla stagione stragista che costò la vita a Giovanni</p>
<p><span id="more-9874"></span>Falcone, Paolo Borsellino e tanti semplici cittadini. Questa esigenza non scaturisce da astratti teoremi ma nasce dalla lettura degli atti giudiziari con i quali  sono stati condannati gli esecutori di quelle stragi. Che non fu solo Cosa Nostra a organizzare quei massacri e a costruire quella nuova strategia della tensione è ormai convinzione diffusa.</p>
<p>Per questo SEL si unisce a quanti sono tornati a chiedere verità. Lo dobbiamo alle vittime e lo dobbiamo alla nostra democrazia.</p>
<p>Dal 19  ( anniversario di via D&#8217;Amelio ) al 27 ( anniversario delle bombe a Milano e a Roma ) in tutte le città italiane i circoli di SEL organizzeranno in iniziative pubbliche, dibattiti e incontri con i cittadini, con le associazioni antimafia, con i rappresentanti della magistratura, delle forze dell&#8217;ordine e dei mezzi di informazione.</p>
<p>Le iniziative più significative si terranno ovviamente nelle città colpite dalle stragi ( Palermo, Roma, Milano e Firenze ). I nostri eletti nei Comuni, nelle Province e nelle Regioni proporranno ordini del giorno per ricordare quei drammatici eventi e per chiedere la piena verità. Affiggeremo un manifesto &#8220;Per la verità&#8221; in tutte le città italiane.</p>
<p>Carlo Leoni</p>
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		<title>Il ddl dell&#8217;ennesima vergogna. Noi non ci stiamo.</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Jun 2010 12:16:29 +0000</pubDate>
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Il nostro sito recepisce l&#8217;appello di articolo 21 di listare a lutto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In un&#8217;Aula deserta, il presidente del Senato Schifani ha annunciato i    risultati del voto di fiducia sulle intercettazioni: presenti 189,    favorevoli 164, contrari 25, astenuti 0. Il Senato approva. Ora il testo    tornerà alla Camera.<img title="Continua..." src="http://www.sinistraeliberta.eu/wp-includes/js/tinymce/plugins/wordpress/img/trans.gif" alt="" /><img title="Continua..." src="http://www.sinistraeliberta.eu/wp-includes/js/tinymce/plugins/wordpress/img/trans.gif" alt="" /><span id="more-9845"></span></p>
<p>Il nostro sito recepisce l&#8217;appello di articolo 21 di listare a lutto i   siti. Fino a stasera, le nostre vetrine saranno listate a lutto come   piccola, ma significativa, forma di protesta.</p>
<p>La redazione</p>
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		<title>Il ddl dell&#8217;ennesima vergogna. Noi non ci stiamo.</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Jun 2010 12:15:29 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>In un&#8217;Aula deserta, il presidente del Senato Schifani ha annunciato i   risultati del voto di fiducia sulle intercettazioni: presenti 189,   favorevoli 164, contrari 25, astenuti 0. Il Senato approva. Ora il testo   tornerà alla Camera.<img title="Continua..." src="http://www.sinistraeliberta.eu/wp-includes/js/tinymce/plugins/wordpress/img/trans.gif" alt="" /><span id="more-9843"></span></p>
<p>Il nostro sito recepisce l&#8217;appello di articolo 21 di listare a lutto i  siti. Fino a stasera, le nostre vetrine saranno listate a lutto come  piccola, ma significativa, forma di protesta.</p>
<p>La redazione</p>
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		<pubDate>Thu, 10 Jun 2010 12:12:00 +0000</pubDate>
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Il nostro sito recepisce l&#8217;appello di articolo 21 di listare a lutto i siti. Fino a stasera, le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In un&#8217;Aula deserta, il presidente del Senato Schifani ha annunciato i  risultati del voto di fiducia sulle intercettazioni: presenti 189,  favorevoli 164, contrari 25, astenuti 0. Il Senato approva. Ora il testo  tornerà alla Camera.<span id="more-9841"></span></p>
<p>Il nostro sito recepisce l&#8217;appello di articolo 21 di listare a lutto i siti. Fino a stasera, le nostre vetrine saranno listate a lutto come piccola, ma significativa, forma di protesta.</p>
<p>La redazione</p>
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		<title>Tutti con Saviano</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Jun 2010 13:06:07 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Qualcosa più di un presentimento. Una certezza, direi: l’attacco che da qualche settimane viene portato a Roberto Saviano – da Palazzo Chigi piuttosto che dai tacchetti di un calciatore, da un’intellettuale di sinistra autorevole ed un po’ radical piuttosto che da qualche jazzista che ama le provocazioni &#8211; segna uno spartiacque rispetto alla tensione che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Qualcosa più di un presentimento. Una certezza, direi: l’attacco che da qualche settimane viene portato a Roberto Saviano – da Palazzo Chigi piuttosto che dai tacchetti di un calciatore, da un’intellettuale di sinistra autorevole ed un po’ radical piuttosto che da qualche jazzista che ama le provocazioni &#8211; segna uno spartiacque rispetto alla tensione che nel corso degli ultimi anni  si era accumulata intorno alla lotta alla camorra. Diciamocela tutta: dopo Gomorra, chi scriveva da tanti anni di questi temi, evidenziando, nel silenzio più assoluto dei grandi media e dei grandi opinion leader, l’esistenza di una guerra civile strisciante fatta di migliaia di cadaveri accatastati, di collusioni istituzionali ed imprenditoriali, di penetrazione nel tessuto economico e civile, si è visto catapultato dentro una realtà nuova.</p>
<p>I riflettori si accendevano e si scopriva che da anni centinaia di giornalisti vivevano sottoscorta, biografie segnate da minacce ed intimidazioni dovute ad articoli scritti, talvolta per testate estremamente periferiche, per quattro soldi di compenso. Saviano ha avuto il merito straordinario di far uscire questo mondo dall’anonimato di vite vissute pericolosamente. Il successo mondiale di Gomorra ha rianimato un pensiero sulle mafie, ha fatto mobilitare i giovani, ha consentito a migliaia di persone che si adattano all’illegalità di comprendere che c’è un’alternativa. La possibilità di ribellarsi.</p>
<p>Di immaginare una strada diversa rispetto alla secolare condizione di subalternità nei quartieri, nei piccoli centri, nelle campagne dominate dal terrore della lupara piuttosto che dal fragore dei kalascnikov. Ricordiamocelo sempre: questo è un paese che dimentica in fretta e che ama lasciare soli quelli che invece hanno bisogno di solidarietà, di affetto, di condivisione. Siamo davvero certi che tutto si può ridurre, come sembra venire fuori in questi giorni, ad un fenomeno di tendenza? Esiste la moda dell’anticamorra? E se anche fosse così, perché non guardarla in positivo?</p>
<p>Preferisco questa moda alla piattezza della letteratura di appendice che viene somministrata agli adolescenti di questo paese alla ricerca dei primi fremiti amorosi. Preferisco il polpettone moralistico sugli osservatori Onu alle elezioni amministrative delle regioni meridionali alla straordinaria vuotezza della declamazione delle virtù inossidabili dell’autonomia del politico. Preferisco che i giovani conoscano la spietatezza di Sandokan piuttosto che le storie insopportabili dei protagonisti del salotto di Amici. L’evasione dalla realtà è il favore maggiore che si può rendere alle mafie e alle camorre: tutto questo quando il rapporto di Bankitalia ci dice che quasi un terzo del Pil prodotto da questo paese ha a che fare con soldi sporchi di sangue e di cocaina.</p>
<p>Non so se l’invidia ha un peso dentro questa vicenda: è un sostantivo su cui bisogna fare attenzione perché è quello che Berlusconi utilizza a piè sospinto contro i propri avversari politici ogniqualvolta cerca di conseguire un successo elettorale. Tuttavia, ci dovrà essere un motivo dinnanzi a questa furia iconoclasta! Nessuno sostiene che esiste una moratoria religiosa alla critica quando si parla di Roberto Saviano. Ma una cosa è la polemica sulla qualità del prodotto letterario che può vivere di incongruenze e di imperfezioni lessicale. Altra cosa è la distruzione del mito.</p>
<p>Nessuna enfasi: esistono i miti, esistono gli eroi e talvolta sono utili e necessari, pur sapendo che questo rovescia il paradosso brechtiano. Altrimenti un paese come l’Italia difficilmente reggerebbe in piedi dinnanzi al peso della sua storia drammatica. Ci troviamo inevitabilmente a fare i conti con questo assunto a poche decine di anni dalle stragi di Falcone e Borsellino e dinnanzi al possibile disvelamento in sede giudiziaria di una forma di trattativa indicibile tra stato e mafia. Come può restare in piedi spaccato in due, attraversato  – direbbe Gramsci – da un “profondo spessore reazionario”, senza alcuni esempi positivi, alcuni gesti, alcune parole, persino alcune morti drammatiche.</p>
<p>Già, perché, alla fine, torna sempre un nodo, irrisolto e mai fino in fondo tematizzato: cosa unisce l’Italia, cosa la rende più di una mera espressione geografica, cosa la fa popolo nei momenti più bui, aldilà delle partite della nazionale di calcio?</p>
<p>Arturo Scotto</p>
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		<title>La verità dovuta ai morti</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Jun 2010 08:03:44 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>A ben guardare, in questo tempo sottosopra ciò che fa paura non sono i  fatti ma le loro conseguenze. I fatti ci dicono che più o meno da  vent’anni pezzi importanti delle istituzioni dello Stato e dei servizi  di sicurezza ci mentono. Menzogne raffinate, come le “menti  raffinatissime” a cui si riferì Falcone dopo il fallito attentato  dell’Addaura. <span id="more-9650"></span>Ci hanno mentito e ci hanno ingannati decidendo di stare  dalla parte dei nostri nemici.Le stragi del ’92, le bombe del ’93, le  incursioni di Cosa Nostra in politica a partire dal ’94, le eterne  latitanze di certi capi mafia… l’elenco è lungo, e porta in calce una  firma sbiadita ma non  illeggibile: servizi segreti.</p>
<p>Con i loro padrini  politici, con i loro aiutanti di campo mafiosi. Questi i fatti, che in  un paese normale dovrebbero portare a una ricerca rigorosa sulle  responsabilità del passato e a un supplemento di attenzione per il  futuro su questi corpi dello Stato, troppo spesso animati da vocazioni  che nulla hanno a che fare con il rispetto delle leggi. In un paese  normale, a questi fatti sarebbe seguita un impegno di limpidezza, uno  sguardo più vigile sulle nostre strutture di sicurezza, la garanzia di  strumenti di investigazione efficaci per i magistrati. In un paese  normale, non in Italia.</p>
<p>Il cui governo ha appena sfornato un emendamento  che intende estendere il segreto di Stato alle intercettazioni dei  funzionari e degli agenti dei servizi segreti. Come dire: prima di  mettere sotto controllo il telefono di uno “007”, dovremo chiedere  permesso all’esecutivo.  Che quel permesso potrà negarcelo senza doverci  nemmeno una spiegazione. Reazione singolare dopo i furti di verità che abbiamo subito in questi  vent’anni. Invece di promettere chiarezza, si stabilisce per decreto il  diritto all’opacità e all’impunità per i servizi di sicurezza e per i  loro infiniti affluenti.</p>
<p>Uno dei quali, tanto per far nomi e cognomi,  porta al costruttore Anemone, il grande ristrutturatore di case auguste e  potenti. Il signor Anemone aveva ottenuto dal Viminale il NOS, un Nulla  Osta Sicurezza, che equiparava la sua persona, le sue funzioni e le sue  attività a quelle dei funzionari dei servizi segreti. Insomma, con  questo emendamento in vigore non avremmo potuto sapere nulla non solo  dei depistaggi e delle collusioni sulla morte di Falcone e di Borsellino  ma nemmeno sugli affari miserabili della “cricca” che passavano  attraverso la generosità (e le telefonate) di Anemone.</p>
<p>In un’Italia normale, di fronte a un simile atto di sciacallaggio  istituzionale non sentiremmo solo le voci indignate di alcuni magistrati  (uno per tutti, Armando Spataro, un giudice con la schiena dritta che  di segreti di Stato ne ha subiti parecchi), non vedremmo solo qualche  irruento sciame di folla occupare le piazze romane. In un’Italia  normale, di fronte alla rivendicazione del diritto all’impunità,  vorremmo sentire tutte le voci oneste di questo Stato. A cominciare dal  Presidente della Repubblica che su un emendamento gaglioffo come quello  proposto dal governo  potrebbe pretendere dai partiti qualcosa in più di  un generico senso di responsabilità.</p>
<p>E non vorremmo che, nel nome di un italianissimo volemose bene, questa  trattativa da angiporto sul Ddl Alfano lasciasse tutti contenti. Il  punto non è, come reclamano i finiani, estendere a 75 giorni la durata  delle intercettazioni o evitare che s’abbatta sui processi in corso.  Questi, ci sia consentito, restano dettagli. Il cuore mai scalfito del  problema è che con questa legge verranno secretati i processi, i  giornalisti non potranno più raccontare le inchieste in corso e agli  italiani verrà negato il diritto di sapere. Questa è la posta in palio,  non altre.</p>
<p>Post scriptum. Questa mattina ho incontrato un sopravvissuto. Uno di  quelli che, grazie alla leggina di Alfano, sarebbe crepato da tempo. Si  chiama Lirio Abate, ha l’età dei vostri figli, fa il cronista a Palermo e  Cosa Nostra aveva deciso di ammazzarlo per qualche articolo poco  cortese. E’ vivo perché alcune telefonate sono state intercettate, bel  oltre il limite dei 50/75 giorni oggi graziosamente concessi dal  sovrano. In quelle telefonate si spiegava perché il giornalista doveva  morire, chi se ne sarebbe occupato, dove e quando. Se un appuntato dei  carabinieri non fosse stato messo dai magistrati in condizioni di  ascoltarle, Abate oggi sarebbe morto. E Alfano sarebbe stato in prima  fila, ad ogni anniversario, a battersi il petto e a compiangere un altro  siciliano caduto sul dovere.</p>
<p>Claudio Fava</p>
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		<title>Il 10 tutti in piazza. Con Nichi.</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Jun 2010 12:40:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Andiamo in piazza. Per portare i nostri colori, le nostre speranze, i nostri sogni. Ma anche il nostro disappunto per una manovra che colpisce sempre gli stessi: i più deboli. Solite ricette per i soliti noti. Una macelleria sociale.
Così, il  governo Berlusconi, dopo aver negato per mesi la crisi, oggi vara una manovra iniqua che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Andiamo in piazza. Per portare i nostri colori, le nostre speranze, i nostri sogni. Ma anche il nostro disappunto per una manovra che colpisce sempre gli stessi: i più deboli. Solite ricette per i soliti noti. Una macelleria sociale.<span id="more-9596"></span></p>
<p>Così, il  governo Berlusconi, dopo aver negato per mesi la crisi, oggi vara una manovra iniqua che colpisce i  lavoratori, i cittadini e l’ambiente. E, soprattutto, non tocca le grandi ricchezze e gli speculatori.</p>
<p>La manovra delinea un quadro preciso, dalle sfumature pienamente percettibili: la crisi la pagano coloro che l’hanno subita e la subiscono. Le misure sono chiare e inequivocabili: tagli ai servizi, agli enti locali e alle Regioni, alla scuola, alla cultura, blocco degli stipendi del pubblico impiego, allungamento dei  tempi per andare in pensione, condono edilizio, nessuna politica di investimenti  per uscire dalla crisi economica o che riorienti l’economia verso uno sviluppo sostenibile sul piano ambientale e sociale.</p>
<p>E allora, noi, che abbiamo un’idea diversa, che non ci stiamo ad un altro pioggia di fango su quelli che da sempre le crisi le pagano e le subiscono, proviamo a dire la nostra, a raccontare un’altra idea. Vogliamo provare a mettere in campo quello che in campo non ci sta mai, quello che non trova rappresentazione, vogliamo affrontare la crisi con il piglio di coloro che non la temono e il coraggio di coloro che sanno scegliere da che parte stare.</p>
<p>La crisi si affronta tagliando la spesa pubblica (si, ma quella sbagliata, come le spese militari e grandi opere a cominciare dal Ponte sullo stretto di Messina), tassando le transazioni finanziarie, le rendite e i patrimoni. Con meno tasse sul lavoro e più tasse a chi inquina e consuma risorse naturali. La lotta all’evasione fiscale non deve essere ridotta a mera propaganda (negli ultimi due anni, grazie al lasciar fare del governo è ulteriormente aumentata di 20 mld , superando i 120 mld l’anno) e vanno allargate le misure di protezione sociale, come il reddito minimo di cittadinanza, gli asili nido, il fondo per la non autosufficienza. E creare posti di lavoro, come ha fatto l’Europa, con l’economia verde, sostenendone le produzioni e i consumi relativi a  fonti rinnovabili, efficienza energetica, eco efficienza delle produzioni,  mobilità sostenibile, messa in sicurezza del territorio,  agricoltura sostenibile.</p>
<p>La manifestazione sara&#8217; moderata da Loredana de Petris che dara&#8217; la parola  a esponenti e rappresentanti di associazioni ed esperienze di lotta di  settori tra i piu&#8217; colpiti da una manovra iniqua, ingiusta ed  inefficace. Aprirà la manifestazione Fabio Mussi. Tra gli altri prenderanno la parola Giulio Marcon, esponente  della campagna &#8216;Sbilanciamoci&#8217; che raccoglie associazioni e movimenti  della societa&#8217; civile, Gianluca Parisi rappresentante dei lavoratori  dell&#8217;Eti-Ente Teatrale Italiano in mobilitazione, Vittorio Cogliati  Dezza, presidente di Legambiente. Interverra&#8217; anche l&#8217;attore Emilio Solfrizzi.  Concludera&#8217; la manifestazione il portavoce nazionale di Sel Nichi  Vendola.</p>
<p>Vediamoci in piazza giovedì. E insieme confrontiamoci su un’idea diversa del futuro. La nostra.</p>
<h2 style="text-align: center;"><span style="color: #ff0000;"><strong>Giovedì 10 giugno ore 17:30 <span style="color: #000000;">Manifestazione nazionale con</span> NICHI VENDOLA</strong></span></h2>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #ff0000;"><strong>Piazza del Pantheon &#8211; Roma</strong></span></p>
<p style="text-align: left;"><strong>Aiutateci a promuovere l&#8217;iniziativa. Come?</strong></p>
<p style="text-align: left;">- cambia l&#8217;immagine del tuo profilo facebook con quella del <a href="http://www.sinistraeliberta.eu/wp-content/themes/sel2010/images/avatargiraffa.jpg" target="_blank">manifesto</a></p>
<p style="text-align: left;">- stampa il <a href="http://www.sinistraeliberta.eu/wp-content/themes/sel2010/images/SELgiraffaA5.pdf" target="_blank">volantino</a> in proprio e diffondilo</p>
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<p style="text-align: left;">- organizza una macchina, un autobus, una locomotiva, un tricilo, un cavallo, uno skateboard e tutti i mezzi possibili per venire a Roma</p>
<p style="text-align: left;">- telefona, manda una mail, partecipa, porta una bandiera, uno striscione, un sorriso, un amico, un&#8217;amica.</p>
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